| |
| Titolo:
|
So riconoscere quando scrivo del giusto |
Autore: |
Lucia |
So riconoscere quando scrivo del giusto. Me lo sento vibrare dentro, rimbalzare come un’eco, sento sciogliersi il sangue rappreso di giorni a provare.
Poi arriva, e vengo chiesta, lusingata dall’impulso. Si appoggia come vapore alle pareti, alla carne, in verticale a sbattere sul soffitto. A vederlo, assomiglia ad un colpo di vento che ti gonfia la gonna. Si fa strada dove prima non c’era che aria, si fa vedere. Ma non posso dire ciò che vedo, nessuno può dirlo. Ne vedo la forma, in forma di parole - scriveva mio padre.
Ed è come quando ti riusciva la bella calligrafia a scuola, tutta dritta, senza incertezze. Un missile sparato sulla tua penna scancellabile. E quando la mano partiva da sola, quando sentivi che potevi sceglierne il giro, allora tutto restava indietro, i giorni prima, gli scarabocchi, la lingua a metà della bocca impegnata. Tutto, perché ora potevi.
Per quello che può valere, io, nello scrivere, ci sprofondo con le orecchie tappate e gli occhi all’opposto. L’attendo, io, la parola, ne sono assuefatta, mi comanda e mi feconda.
Comandata e fecondata. Questo è ciò che posso scrivere. Non di più perché le storie non le so raccontare. Non so dirle, sono matrioska di parole. Però le vedo, costantemente.
Dannata me, che ho sempre bisogno di un finale.
E’ una forma transitoria, la mia. Gocce narrative, questo è ciò che vedo. Poi vedo corpi, solo corpi, corpi che si muovono, diametri di carne mobile. E mi piacciono i corpi perché ne puoi guardare solo un pezzo, che ti può bastare. Niente fiumi, né pozzanghere a voler parlare in piccolo, niente che si estenda, insomma. Ma pezzi di qua, sopra e sotto di me.
Vedo capelli e ciglia, voci, la forma di un gomito, le pieghe. Avverto pelli che mancano come riflessi vuoti del mio confine digitale. E non faccio che complicare, lo si legge da come scrivo. Me ne vergogno un poco, ma non riesco a far di meglio. Eppure penso sempre verso il basso, mi c’inchino a chi racconta.
Saper raccontare un corpo. Come fare, se non nei lampi, se non nei tuoni, se non nel frastuono di un istante? Chi lo sa, ve ne prego, lo insegni. Perché non mi piace, credetemi, essere così. Vorrei fluire per le viscere, introdurle per poi ritirarle, scrivere linee lunghe, spalmarle al suolo, allargare il fondo e saperci atterrare.
Attenzione, chiama Borges, è nel narrare il vero segreto!
Ma m’immagino nuda, cruda, e pure senza segreti, sul ciglio di un corpo. Senza calma, lo vedete da voi. Senza prendere il respiro di un a-capo conforto. Pezzi, ecco che cosa faccio. Ne vivo talmente schiacciata che per me esistono solo i dettagli. Niente pagine, ma forme brevi. E mi piacerebbe, e vorrei, e amerei costringermi nel lungo periodo. Trovarmi certa ogni giorno, srotolarmi. Invece arrotolo visi, faccio cerniere. Mi impongo distanze che non so riempire, se non con l’attesa di confermarmi ad ogni angolo. Vorrei Holden, quella pace delle cose selvatiche, lo spazio a respirare.
E invece vado a capo, signori. Mi allaccio le scarpe e mi conto i nodi sulle nocche delle dita.
Però i corpi, quelli io li amo per davvero. Ed è l’unica emozione in cui sento di potermi sconfinare. |
|