Ho le ossa delle braccia sfilacciate.
É la prima volta
(qui lo giuro e lo ritiro)
che l’estate é troppo calda
tra le pieghe del respiro.
Mio padre invecchia muto
distillando erba luigia in un imbuto.
E invecchia anche mia madre:
con smorfie rabbiose
ricaccia indentro
quattro vene varicose.
C’é il vociare dei bambini, nel cortile:
é da aprile, oramai, che escono a brindare
a loro stessi,
al loro stesso baraccare.
Non vorrei, ma mi scappa un sacramento.
“Stia tranquillo, giovanotto, non lo sa?
Questo é giá l’Anno del Vento –
mi spiega con tempismo uno spazzino
con riporto e doppio mento –
quel che é certo é che faremo la malora
proprio come l’anno scorso e, se ricorda,
come quello prima ancora”.
“E come il próximo, chissá –
rifletto (proiettato
come capita a chi va)
chissá se mai sará concesso
avere rotta e direzione
o se, al solito
(il timone abbandonato,
il mozzo intrappolato
tra una botte e una sartía),
sará gioco da marpione
concederse ai pistacchi,
alla fiacca, all’ironia
e ai capricci di Maestrale,.
Come ebeti ammirare
(la penultima vanitá nel vento)
questa nostra peculiare nostalgia
dei solai
e del Natale.
Gaucho