2002
“il sentimento della vita
che lei esprime è conseguente
e rigorosamente indenne da ogni
mistificazione,
senza indulgere neppure a
una provocazione“esistenziale”;
puntualizza un rimpianto enigmatico
e un presagio senza approdi,
con “rigore ostinato”,
inaccessibile a ogni
indulgenza dolorifica.
Leggerò il suo lavoro d’ora
in avanti con l’interesse
di un’ardua confidenza”
Ferruccio Ulivi
( lettera
ad Antonio Zavoli)
LA
LUCE PLUVIALE
SABATO
contro la speranza si leva
la luce del sabato
vorrei parlare di fiumi
che attraversano la mia vita
come del vento che la batte
e l'accarezza
e mormora idee inquiete
con lo sguardo vuoto di chi scrive
l'orecchio allenato alle voci fossili
dei nostri incontri perduti
esco dal vaso fatto per rami morti
per percorrere il sogno, profondo fiore
mite fuoco, il mio passo
soggiogato dallo splendore della notte
dall'opalescenza del giorno
dal tremore nascosto in fondo alle parole
il dolce peso delle ali
da sempre si confonde con l'ansia
di cercare
cieli pagati ferite
le ombre dei pini sono disegnate
in modo netto nella memoria
ondeggia l'aria tra me
e quello che ero,
e quello che avevo,
gli aghi a terra hanno ancora
il fruscio della risacca
LA LUCE PLUVIALE
La luce pluviale
flacone di vetro
sulla strada dalla parte del fiume
la visione
come un ridere silenzioso
di bambini a una finestra
più in là un fumo
cammina lentamente
poi scompare, si perde
la luce pluviale
sotto il cielo nudo
voli rallentati
davanti al viso
smarrito sullo sfondo del paesaggio
acuto, senza pietà
muri piagati, braccia
il gesto sulla fronte
cerca l'aria, imbianca
l'umano, urta
contro la porta del reale
RUMORI
Si sentono rumori, fuori
di macchine, e nel cielo offuscato
di freddo immagino gabbiani
in volo, sulla scia di una grande nave
come un viale di schiuma
bianca, di pensieri ribollenti dell'elica
del cuore, e la mano trema
impercettibilmente, poi si distende
in righe e vene
esplode l'immobilità
il movimento del mare
s'adagia in quieti specchi
come parole disidratate
nel parco solo.
Si sentono rumori, fuori
e io aspetto nell'atrio
coll'impazienza della paura
sotto gesti di scusa.
Fuori non c'è più vento.
UNA VOCE
Sibilla, bocca
invasata
stride cose senza riso
né trucco, né mirra
col suo grido i
millenni scavalca
per via di dio
Eraclito,92
una voce accorre di lontano
attraverso un tempo bianco
segnapagine rosso
nel tono è la speranza
inghiottita, mai morta
nel ritmo nauseante dei giorni
degli anni in fuga
cogli occhi intensi e fissi
al futuro, sempre al futuro
senza mai una pausa
come il movimento del mare.
una voce, gorgo di sale
ispeziona lo spazio,
anzi il tempo curvo che ci racchiude,
senza muri, né cimiteri
solo il suo spessore
impenetrabile allo sguardo miope
velato anche di stanchezza.
una voce, che in un attimo
occupa il cuore d'ombra
con la dolcezza di un'eco
la forza dirompente dell'acqua
trattenuta, che solo una spiaggia
arresa può fermare.
Il silenzio può affrettare una partenza,
la luce distrae, il cielo è scenario
il passato trema.
DICEMBRE
una inutile aerea scala
a più rampe
verso il cielo rosso dell'alba
poi fiumi di nebbia
in viaggio da gole e colline
bianco vento di echi ritagliati
dopo il rumore dell'inseguimento
il mio orologio è la carne
lo splendore è stato rapito via
dalla presa del tempo
ora comunico attraverso i colori
e gli inchiostri
non invento paradisi
ma gli alberi nel temporale
hanno impronte di luce
al riparo dalla pioggia
e dal vento ho un nido di parole
(Signore non coprirmi di buio
non oso piegare il tuo orecchio)
dentro di me c'è un ulivo spogliato
nel rigido inverno che annoia e cova
mentre passano le ore
anonimi disfacimenti
nel mattino che fatica a destarsi
mentre intravedo rami e gocce
di mortalità immortale:
qui il chiaroscuro è animato
dal tempo che mi sorprende
negli atti comuni dentro la casa
che non hanno né ora né età
cortei di segmenti
che Tu solo, Signore, conosci
sul velluto del nulla
pongo con calma i pochi ori
poi guardo fuori dai vetri perlati
piovere dicembre
anzi l'universo
felice di questo silenzio preumano
che mi consente di darmi
le più affollate risposte
RAMI NERI
I rami neri
disegnano la sete
in un'aria di ambiguità
mentre mi nutro di dispiaceri
( è duro abdicare
a ciò che si è già perduto)
La paura separata dalla vita possibile
è un atto deviato,
la lotta nulla può
di fronte all'infinità dell'accadere
Oggi, qui, avverto
il parto sommerso del segreto,
il fondo dello spazio,
il fondo del silenzio,
vengo da Licopoli, la città dei lupi
ed ora, stanco, mi sono assopito
e sogno
di andarmene in silenzio
senza tenere un diario
del viaggio
i sentimenti incompatibili
salvati dal dono insperato
della metamorfosi
Sui vetri lucidi
la ventosa del cuore:
precise e vane
quante parole mi resistono!
NOSTALGIA
una nostalgia senza scopo
nella quale i sogni
sono più importanti dei fatti
il coro alza i toni
l'onda della tenerezza
ha esiti eclettici
quando il silenzio s'affianca al silenzio
al confine del reale
e dentro affiora sempre un'altra obiezione
alla verità della legge.
La nostalgia possiede il tempo
s'annida in fessure del cuore
mentre guardo lontano
e intravedo il giorno libero.
La nostalgia, grido che stringe
in un pugno le note
di fronte al limite cronologico
una doppia esistenza
buchi irti come assoli.
7 LUGLIO
al dott.Fabio
Calbucci
sacerdote della
neurochirurgia
Chiuso tra
fili il mattino
il reale dissolto lungo i viali
pieni di sole
silenzio
sangue
attesa
mi ripetevo dentro che lui è uno dei pochi
a saper calcolare lo scarto
tra l'ora legale e l'ora suprema
Vene martellanti
lui aveva la vita in pugno
io mi difendevo
raccontando la mia vita d'un fiato
per aggrapparmi alla vita
quella conosciuta
attesa
silenzio
forse sangue
Il mio nervosismo
la sua calma
la mia angoscia
la sua sonda sicura
che salì 10 centimetri
di vita
d'anima
chilometri d'attesa
gorghi di silenzio
nei sotterranei della clinica
ore lunghe, dilatate
Poi lui uscì dal santuario
passò calmo e stanco
nel vano della porta
disse "è tutto finito"
o, forse, "tutto bene", nient'altro
e il sangue di San Gennaro
da grumo divenne ruscello
al mio fiato così profondo
al mio udito così teso.
Il giorno volava, alto
con ali aperte di digiuno,
tu eri viva, anzi salva
e la luce bruciante di luglio
s'addensava e si placava
in colori forti
contro il muro rosa della mia ansietà.
Fuori, chiuso tra fili il tardo mattino
il reale dissolto lungo i viali
pieni di sole.
IL VIATICO DELL'ACQUA
lo scoppio della folgore
non è chiaroveggenza
M.L.Spaziani
Il viatico dell'acqua
che lenisce il mio batticuore
(musica martellante di discoteca
sul respiro un po’ sgualcito)
di fronte alla galassia di primavera
il mondo che sparisce
inesorabilmente
Una voce fuori campo
beffarda, esigente, intenerita
volano chiarezze nude
qui la curva secca
dello spazio che resta
con l'inconsistenza
di un debole vento in agguato
L'essere ha ombre contorte e brevi
come i calanchi del sogno
forse perchè il sole, dopo Aushwitz,
è nebbioso, ed è difficile risalire
dall'afasia alla Parola:
il passo tra i testi rocciosi
è da sonnambulo
Mi attira il ricordo del lume
aroma femminile, rasoio sui teli
del passato, del futuro
la linea curva del tempo
e del tuo seno
Quante speranze insensate
mille brividi, a volte, improvviso,
lo scoppio della folgore
sul desiderio dell'indefinito.
IN CASA
la tua mano trattiene il cuore
tra mura e spazi obbligati
l'aria ha reti nuove:
nelle stanze severe
il fresco disordine dei giochi,
la tua ombra si colora
di viola e rosso
la bocca è un grembo
con foglie e sogni:
in quest'ora gravata di terra
sbucano germogli di voli
rigano la luce uniforme
del cielo detrito
FUGGONO I GABBIANI
il bianco d'uovo
delle parole non nate, non ancora,
testi antichi del dolore
individuale
parlati nelle strade,
formule di salvezza
dal freddo
nel colore dell'aria
il bisogno del volo
con le spore del pianto
- graffiti di risposte
come dediche
al centro del labirinto -
dalla vita che resta
fuggono i gabbiani
inseguiti dal mio cane
LE MIE VENE
le mie vene di mare irrequieto
a volte si sciolgono in torce
a volte nel respiro affannoso e timido
di chi aspetta da tempo
ormai rassegnato al mancato appuntamento
i margini dell'autunno
esaltano la maturità, i suoi colori
nel grido opaco degli uccelli invernali
ritardatari, frollano il mio cuore
che sopporta il bianco cielo
la notte è sempre
notre
incursion réitérée dans la mort,
il pomeriggio di domenica mi impone
il bisogno di riflettere
sulla sopravvivenza
perdendo orizzonti abitati
il destino ebbro
il coro in cui si stagliano voci
e frantumazioni/preghiere
mentre cerco con assurda tenacia
il tempo del tempo
lungo l'argine del fiume
una settimana esatta fa
ho contato 13 tipi diversi di fiori
le grandi margherite gialle
i flabelli di canne affacciati
sull'acqua che rabbrividiva
UN ANNUNCIO INGHIOTTITO
ora sono un uomo solo
vorrei rientrare nel giardino
J.
Morrison
la frammentarietà allusiva che mi impegna
brandelli di testo, automatismi
la linea di confine tra interiorità
ed esteriorità, una frontiera sensibile
di fronte all'orizzonte,
sono tentato da una resistenza letteraria
ma non so amare la mia finzione
l’io è un altro
l'inattuale, invocato dal desiderio
l'esistente è clonazione visiva
di una assenza
una sofferenza lieve come in una fiaba
trasforma i buchi in abissi
nel grigio dei cortili,
una sofferenza:
le masse di idee ormai logore
un mondo di differenze
brandelli di frontiera
il vivere, segnato di avvenimenti
e, di tanto in tanto, la ribellione dello spirito
nel grigio dei cortili
una risposta evasiva al desiderio
alla frammentarietà irriducibile
che trasforma i buchi in mitezza
inespugnabile, in irresistibile malinconia
sospesa come preferenza:
la muta sofferenza
di un annuncio inghiottito
QUO FUGIS?
il letto delle ferite
la camera oscura in cui sviluppo
le foto dei sogni
scendendo nel pozzo del passato e del futuro
esilio di radici
estinguere la sete
(et celsa voce
reclamat:
quo fugis, o factura mei?)
l'ieri affastellato e confuso
con libri, e appunti, e riviste
e lettere per organizzare
una momentanea salvezza
e fotografie impietose del presente
rumore di gente che si dirige
si dirige
non mi svela pensieri dolenti
non mi restituisce la tua lieve ombra
di sera segreta che arde
ai crocicchi del mio mare
LE VOCI DI CINTA
PIOGGIA DI DICEMBRE
una inutile aerea scala
a più rampe
verso il cielo rosso dell'alba
poi fiumi di nebbia
in viaggio da gole e colline
bianco eco di venti ritagliati
dopo il rumore dell'inseguimento:
il mio orologio è la carne
lo splendore è stato rapito via
dalla presa del tempo
ora comunico attraverso i colori
e gli inchiostri
non invento paradisi
ma gli alberi nel temporale
hanno impronta di luce
al riparo dalla pioggia
e dal vento ho un nido di parole
(Signore non coprirmi di buio
non oso piegare il tuo orecchio)
dentro di me c'è un ulivo spogliato
nel rigido inverno che annoia e cova
mentre passano le ore
anonimi disfacimenti
nel mattino che fatica a destarsi
mentre intravedo rami e gocce
di mortalità immortale:
qui il chiaroscuro è animato
dal tempo che mi sorprende
negli atti comuni dentro la casa
che non hanno né ora né età
cortei di segmenti
che tu solo, Signore, conosci
sul velluto del nulla
pongo con calma i pochi oro
poi guardo fuori dai vetri perlati
piovere dicembre
anzi l'universo