Titolo: Denisa. Tre anni dopo. Autore: Sesa
Erano passati tre anni.
Forse un po’ di più da quando l’avevo imboccata la prima volta.
Senza dubbio non di più da quando ero entrata nella sua camera, quella delle nonne, e avevo pulito il suo sedere, con acqua calda, manopola e dopo aver asciugato e messo un po’ di borotalco, avevo rivestito il tutto con un pannolone “Large”.
Erano passati tre anni.
Più gesti che parole.
Gesti fatti di fretta, gesti sbagliati, gesti fatti con molta cura e gesti ancora più preziosi, quelli d’amore. E oltre che il sedere (per chi non è autosufficiente e magari anche anziano, è la parte del corpo che richiede maggior cure e attenzioni e tempo), ho iniziato a scoprire altri piccoli particolari. Le babbucce scaldate sul termosifone, il fazzoletto pulito da mettere nella manica della camicia da notte, le coperte rimboccate in quel modo lì…
Erano passati tre anni.
Alcune mattine, alle 4, lei cominciava a cantare a squarciagola e non si dormiva più. Alcune notti si prova un gran fastidio, altre sei così stanco che riesci a fregartene, ma quando si è ancora più esausti che non si riesce neanche a piangere, ascolti. Che cantautrice nostrana la Gianna! Una melodia ripetitiva e traballante; ma le parole! Le parole sono sempre diverse, e la storia è sempre la stessa. Un uomo e una donna, innamorati. Lei innamorata di lui. Lei che rimane incinta, lui che se ne va. E lei che diventa cieca. Una storia d’amore, una storia triste, una storia semplice, fatta di biciclette e campi, di pentole e fiori, fatta di tanti gesti quotidiani e particolari (per cantare per due ore, di particolari ce ne vogliono molti!), una storia che sa anche far ridere. Una melodia ripetitiva e traballante. La voce traballante come andava nelle canzoni degli anni Cinquanta, ma allo stesso tempo una voce ferma, convinta e piena di passione e di ironia. Una voce che racconta la storia della sua vita. Che nessuno conosce di preciso, ma che lei stessa rivela a tratti nelle sue canzoni.
Erano passati tre anni.
Due anni e mezzo di silenzi perché non sono mai riuscita a parlare con lei, a discutere, a raccontare, a domandare. Non per imbarazzo. Semplicemente perché non mi veniva di farlo. (e che cosa potevo dirle io?).
Poi mi è venuto di farlo. E che cosa le dico io? Le stesse cose che le dicevo con i gesti, niente di più, niente di meno. Ma ora sono uscite anche le parole. Ci vuole un po’ di pazienza con se stessi.
Nell’ultimo anno ho preso a dirle qualche volta anche il mio nome, perché mi sembrava assurdo che dopo 2 anni che le pulivo il sedere, lei non sapesse neanche come mi chiamavo. E poco aveva sentito la mia voce. E mai aveva visto la mia faccia (perché è cieca). Forse era colpa mia che non gliel’avevo mai detto per bene come mi chiamavo. E allora ho preso a dirglielo, ma lei non se lo ricordava mai.
Erano passati tre anni.
Un giorno di grazia, successe.
Gianna aveva freddo. Ma non l’aveva detto. Non ce n’è bisogno. La Gianna ha freddo sempre. Quella sera, oltre alle babbucce, le ho messo sul termosifone anche la camicia da notte e la traversa che va sulle sue gambe. Addirittura il fazzoletto pulito che lei poi mette nella manica della camicia. Tutto quanto doveva stare a contatto col suo corpo era scaldato per benino. E poi messo a contatto col suo corpo.
“Ma allora hai un cuore!”
Freccia tagliente e diretta questa. Silenzio.
E nei miei pensieri: “Ma, in fondo non sa neanche come mi chiamo, chissà se mi riconosce, chissà se l’ha detto proprio a me, chissà, chissà…”
Poi una domanda:
“Gianna, chi sono io?”
Attesa.
Sì, perché allora era ora che lei, almeno, imparasse il mio nome, visto che io dovevo accettare un 10 punti in meno nel mio orgoglio. Perché avevo imparato che si può non aver cuore per tre anni (alle volte anche per di più...). O forse avevo semplicemente imparato ad avere un po’ più di cuore.
Mi ero scoperta nuova e l’ho scoperto insieme a lei. Perché ci si scopre solo in relazione agli altri. E non è che se credi di avere un cuore quando ti relazioni con uno (con cui stai bene o con cui semplicemente credi di metterci del cuore), ce l’hai per forza con un altro.
Risposta.
“La Denisa”.
“No, ti sbagli!”
“No, no. Tu sei proprio la Denisa!”
Silenzio.
Non avevo più niente da dire.
In quel momento mi sono accorta che lei mi aveva sempre chiamato Denisa. Ero io che non avevo accettato quel nome. Che le dicevo “No” quando le chiedevo come mi chiamavo. Perché non era il nome con cui mi sento chiamare di solito. Semplicemente non l’avevo riconosciuto. O non l’avevo ancora conosciuto. O non l’avevo ancora ascoltato.
Erano passati tre anni.
E ho scoperto di avere - sempre avuto - un nome tutto nuovo. Assolutamente vero.