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| Titolo:
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Sardine |
Autore: |
Nicola Caverna |
Uscito dalla stazione della metropolitana si guardò intorno. La cercò dove lei era solita aspettarlo. Ma non la vide. Si sedette sulla panchina e cominciò ad arrotolare una sigaretta.
Si sforzò di ricordare da quale lato della piazza l’aveva guardata allontanarsi l’ultima volta che si erano visti. Accanto a lui una famiglia di sudamericani mangiava panini imburrati, pomodori e jamonserrano. Ridevano forte parlando della corrida del giorno dopo – Taglierà un’orecchia – dicevano.
La piazza brulicava. Era il periodo de lasfiestas e la bocca del metro inghiottiva e risputava persone con ritmo incessante.
Portò lo sguardo alla scalinata che scendeva verso la strada principale, poi ancora al reticolo del centro, sperando di scorgerla per primo mentre lei lo raggiungeva. Pensò che pochi secondi di vantaggio sul loro incontro lo avrebbero aiutato a trovare le parole per affrontarla. Si immaginò di riuscire dilatare quell’attimo, di poter riavvolgere la pellicola della loro storia sino a quella mattina sul terrazzo di casa, quando lei lo raggiunse avvolta in un suo maglione e lo abbracciò senza parlare.
Sentì di avere una seconda possibilità, dopo tutto.
“Ciao! – lo sorprese alle spalle – Scusa il ritardo ma ci ho messo più del previsto. Come stai?”.
Per un attimo pensò di volerla baciare, ma subito desistette.
“Ti trovo bene, mi piacciono i tuoi capelli”.
Lei sorrise e si sfiorò un lungo ciuffo nero abbandonandolo dietro le spalle.
“Avevo pensato di venire a casa tua, ma non ero certo che ti avrei trovata”
“Non vivo più con mia madre. Abito con una giovane coppia: aiuto con i bambino in cambio di una stanza”.
Dalla strada che scendeva verso il mare si alzò improvviso un vociare allegro e indistinto.
“E’ l’ora. Hanno già cominciato. Meglio se ci sbrighiamo”.
Aspettò che gli prendesse la mano, strappandola alla tasca dei pantaloni. Era così che passeggiavano, ricordò. Lei a tirarlo decisa mentre lui si lasciava guidare osservandole l’orizzonte della nuca.
“Forza, andiamo!”. Era già a qualche metro di distanza pronta a tuffarsi nel fiume strillante della sera. Nel raggiungerla notò che portava orecchini di bigiotteria dal vago sapore etnico – Sono un po’ mistica – gli diceva.
La strada era accesa da piccoli fuochi e griglie su cui degli uomini a torso nudo stavano cocendo qualcosa. La brezza leggera trasportava un odore di calca e pesce bruciato.
“Cosa stanno preparando?” le chiese.
“Sono sardine, il simbolo de lasfiestas. Nella giornata di apertura vengono cucinate e vendute per strada. Si dice che portino fortuna”.
Intorno a loro uomini e donne mangiavano pesce alla griglia e pane, bevendo vino rosso da bicchieri di plastica.
“Non ne voglio. Scendiamo al porto, c’è troppa confusione qui”.
Lei scosse leggermente la testa e proseguì davanti a lui.
“In città adesso staranno facendo la guerra della farina”. Parlava senza girarsi verso di lui. E la sua voce gli arrivava distorta. Come in ritardo.
Intorno a loro la strada iniziò a farsi più silenziosa mano a mano che si lasciavano alle spalle i fuochi e la moltitudine festante - Oltre quella casa gialla si vede il mare – pensò.
Sui gradini del porto alcuni vecchi col cappello giocavano alla morra. Dal bar usciva metallica la cronaca radiofonica della festa. Si rese conto che da alcuni minuti nessuno dei due diceva una parola.
“Prendiamo una cosa da bere, vuoi?”
“Un succo di pomodoro, grazie”
"Io prenderò una birra”.
Entrò nel bar, ordinò, pagò e uscì con le consumazioni.
Si sedettero sul muro della banchina. Nel parcheggio davanti a loro alcuni operai stavano allestendo un palco per il concerto della sera.
“Ho aspettato che mi scrivessi. Poi l’ho sperato. Ma eri come sparito nel nulla. Mi sono sentita il cuore scoppiare. E ho cominciato a dimenticare”.
Lui la guardò negli occhi. Hai gli occhi come il vento – le aveva confessato una volta. Distolse lo sguardo.
“Mi ero smarrito. Quando me ne andai tutto cominciò a farsi così difficile. Mi serviva tempo per ricomporre i pezzi”. Le sue parole erano vuote e secche. Si pentì di averle pronunciate.
Gli tornò alla mente l’ultima volta che avevano ammirato l’oceano. Era il giorno prima della sua partenza. Si erano scambiati dei regali. Lui un disco di un cantautore italiano, lei una foto che li ritraeva insieme. Mentre lei sorrideva all’obiettivo della macchina fotografica, lui era girato quasi di profilo, con lo sguardo rivolto verso il sole. Chissà dov’era finita ora quella foto. Le aveva detto ti amo, gli sembrò di ricordare. Era stato due anni prima.
Alle loro spalle il mare della sera era nero e calmo. Sopra le loro teste alcuni gabbiani gridavano e si tuffavano a turno in cerca di pesce.
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