L’astronauta di Nicola Caverna
Volevo
fare l’astronauta. Volare fra le stelle, palpare la Luna,
scardinare gli anelli di Saturno e salutare la mia mamma da lassù.
E saperla fiera di me. E saperla la sola per me. E sapere che mi
amava.
Un giorno, quando avevo quasi 7 anni ed era estate, nacque Anna. Io me ne ero dimenticato ma la mamma l’aspettava da tanto tempo,
da quando se ne era andata per una settimana e mi aveva lasciato a casa di
una sua amica. Anna era piccola e pareva proprio venire da un altro mondo.
Quando mamma la portò a casa -mi ricordo- mi colpì il suo silenzio.
Sapevo che i bambini piccoli strillano, lo fanno,
mi aveva detto la maestra, per avvertire il mondo della loro presenza.
Non è che fossi
geloso di Anna. Tutte le attenzioni che la mamma le prestava
mi sembravano dovute verso un essere così piccolo ed indifeso, solo che quando
era ora di raccontarmi la storia della buonanotte la mamma era sempre stanca.
Non imitava più gli alieni che abitavano le lune di Marte, con le loro grida
metalliche, o il rombo delle astronavi della Confederazione Interplanetaria
in fase di decollo. Trascinava le parole una dopo l’altra ed era lei
ad addormentarsi per prima, e mi piaceva lasciarle
spazio sul mio cuscino, avvolgerla delle mie coperte e stringermi a lei, senza
svegliarla, e dormire del suo calore. Così chiudevo gli occhi e viaggiavo
verso le stelle, verso gli spazi infiniti che le dividono, verso quel buio
che non mi spaventava.
Anna continuava a non strillare. Sentivo la mamma parlare al telefono, negli
ultimi tempi, sempre con maggior preoccupazione. Credo che parlasse
con il medico dei bambini, un signore dai capelli grigio oro e dalle dita
nervose che era venuto a casa nostra tre o cinque volte nelle ultime settimane.
Una sera, mentre a letto aspettavo il mio racconto di fantascienza, sentii
la mamma piangere in cucina. E non ebbi la mia storia
della buonanotte.
Mio papà non l’avevo ancora conosciuto. La mamma mi aveva detto che era stato
cattivo tanto tempo prima e che gli uomini non l’avevano
perdonato. Gli uomini non perdonano mai, diceva la mamma, se non quando hanno
degli interessi per farlo. E mio papà non interessava
a nessuno.
Non chiedevo alla mamma quando sarebbe tornato il papà, sospettavo che lo
tenessero confinato sul pianeta Frucsk,
e aspettavo di essere grande per andarlo a liberare. Tutte le volte che decollavo
era per andare a cercare il mio papà. E per portare a fare
un giro anche la mamma, naturalmente.
Non riuscivo a capire se Anna amasse volare. A volte –quando la mamma non mi vedeva – la prendevo in braccio e la facevo ruotare sopra la mia testa come se fosse un’astronave impazzita. Credo le piacesse anche se non rideva. Ma Anna non rideva mai.
Un giorno tornò il medico dei bambini a casa nostra e parlò a lungo con la mamma e la mamma pianse e disse che dovevano portare via Anna e la mamma doveva andare con lei e io e io sarei rimasto a casa e sarebbe venuta la signora Gigli a guardarmi e io non sapevo chi fosse la signora Gigli e poi la mamma mi disse che era una sua amica e che era anche lei una mamma, sì la signora Gigli era una mamma amica della mia mamma. E poi la mamma se ne andò con Anna e con il medico dei bambini su una macchina tutta di luci che sembrava un’astronave e poi, pensai, che forse era un’astronave per davvero e serviva per riportare Anna sul suo pianeta, quello dei bimbi che non ridono e non piangono. Che sono e basta.
La signora Gigli
era buona con me. Cucinava bene e mi faceva giocare
alle macchinine – io ho sempre odiato le vecchie, lente, terrestri macchinine
ma facevo finta di divertirmi perché la mamma mi aveva detto di essere buono
con la signora Gigli – e delle volte mi raccontava delle storie sui suoi figli
di quando avevano la mia età e sulla mia mamma di quando era piccola – anche
se non capivo come facesse a sapere tante cose su di lei. Comunque io facevo finta di addormentarmi subito perché se
ne andasse e poi partivo alla ricerca del mio papà e di Anna e della mamma,
e sconfiggevo tutti gli alieni che li tenevano imprigionati e nascosti e che
a volte li torturavano e salvavo tutti e tre. Poi tornavamo indietro, tutti insieme sulla mia astronave. Anche
se ci stavamo stretti.
La mamma tornava a casa tutti i giorni, portava dei
vestiti da lavare, ne prendeva dei puliti, parlava in cucina con la signora
Gigli, mi dava un bacio e mi ripeteva di fare il bravo e poi se ne andava
ancora via.
Finché un giorno la mamma tornò a casa, si tolse le scarpe e pianse. Piangeva
davanti a me e io avrei voluto dirle di non preoccuparsi,
che ci avrei pensato io con la mia astronave a trovare il papà e Anna, ma
lei mi stringeva e piangeva e io non riuscivo quasi a respirare. Anche la
signora Gigli piangeva ed era strano perché io non
avevo mai visto dei grandi piangere, solo a volte quelli di quinta quando
si picchiavano a scuola.
Poi la mamma mi disse che Anna non c’era più, che era andata in cielo. Ma io lo sapevo già. Avevo visto quell’astronave
luminosa che se la portava via, e quei signori, con le tute colorate, che
non ridevano né piangevano.