Titolo: Milan Autore: Teodoro

Milan è uno di quegli uomini che dà sicurezza. È riuscito a farmi bere, di prima mattina e a stomaco vuoto, dopo una notte passata a vomitare il formaggio bosniaco della cena, un bicchierino di un liquore al limone aromatizzato alla ruta.

Ha le braccia forti, le spalle larghe, i baffi folti e grigi, i capelli brizzolati a spazzola, lo sguardo intenso, sicuro, che non dà spazio a ripensamenti. Non ricordo come siamo finiti da lui.

Vive in una casa che ha costruito egli stesso, sulle rive del golfo di Kotor, quasi all’ingresso delle bocche. In realtà viene da Novi Sad, in Voyvodina, la regione più multietnica di tutta la ex – Jugoslavia, ci tiene a dire.

Passa le giornate a scolpire le pietre rubate alla costa, ci mostra un forno a cui sta lavorando accanto alla casa. Quando non lavora al forno scolpisce il marmo, dà forma e movimento ad amplessi armoniosi tra donne e uccelli marini dal membro a forma di proboscide.

Ci parla di Maria, che a quanto pare se ne è andata, in salotto sono appesi ancora alcuni suoi disegni che assomigliano tanto alle sculture di Milan. Hanno avuto due figli, il maschio lavora a Novi Sad, in un’agenzia turistica, mentre Milan ci mostra il suo album di fotografie, lo vediamo ritratto in divisa militare, ma non ha fatto la guerra tiene a precisare suo padre. La figlia lavora in Canada come ingegnere, è un po’ di tempo che non la vede ma di lei conserva un piccolo Babbo Natale con slitta arrivato per posta.

La sera tira un’aria fredda sulla terrazza, è affacciata sul mare ma è rivolta a nord, le montagne che circondano il golfo di notte diventano sentinelle ostili.

Con Milan ci si capisce, anche se lui non parla italiano e noi non parliamo serbo. Con certe persone bastano gli sguardi per capirsi, e quando non sono sufficienti si consulta il dizionario tascabile e si butta lì qualche verbo all’infinito. Quelle quattro parole di serbo che abbiamo imparato ce le ha insegnate Milan sulla sua terrazza: freddo ha un suono che fa pressappoco così: hladno; sole si dice suntze; vento, vjetar; buonanotte, lagunoche; giorno, dan.

Tra le altre cose Milan ci ha raccontato di strani traffici che avvengono tra la città di Herzeg Novi e quelle del sud Italia: sigarette di contrabbando in cambio di protesi dentarie, ci resta ancora il dubbio di aver compreso bene il senso del suo discorso.

Riuscimmo persino a discutere della guerra perché per Milan, in Kosovo, prima degli albanesi erano arrivati serbi. Non c’era odio nel suo parlare, solo un po’ di nostalgia nel ricordare la vecchia Jugoslavia, quando un’autostrada collegava senza frontiere da oltrepassare Skopje a Rijeka. Ora ad ogni confine… Milan sorrise e fece il gesto di timbrare qualcosa, Croazia: passaporto, Bosnia: passaporto, Slovenia: passaporto.

Avremmo voluto saperne di più sulla guerra, avremmo voluto sapere dov’era lui mentre Dubrovnik veniva bombardata, avremmo voluto sapere cosa pensava di Milosevic e dei massacri di Bosnia.

Comunque gatto si dice màciak, con l’accento sulla prima a. Il gatto preferito di Milan si chiama Leopard e si aggira tra rottami di barche, assi di legno marcite, cocci di bottiglia e mattoni. Passarono così le nostre ore sulla terrazza di Milan, tra i suoi gatti e le sue sculture, tra la sagoma senza ombra di qualche persona che di tanto in tanto passava di lì camminando lungo la battigia.

Verso il tramonto della seconda sera Milan ci accompagnò in barca al tunnel. Il tunnel è una grotta alta venti metri e profonda trecento, usata dagli austriaci durante la prima guerra mondiale per nascondere le proprie imbarcazioni pronte a tendere un agguato alle navi nemiche. Per arrivare al tunnel occorreva oltrepassare una base militare. Milan aveva la stessa espressione di un bambino che fa una cosa proibita mentre muovendo il timone fingeva di procedere drittoper poi puntare verso il tunnel, una volta che la barca fu protetta dall’ombra del promontorio, al riparo dello sguardo dei militari.L’ingresso del tunnel era mimetizzato con una serie verticale di reti metalliche cariche di pietre, che da lontano avrebbero dovuto creare l’illusione di una continuità del terreno aspro della costa. Milan era contento, aveva fatto la sua bravata, il tunnel era vuoto, tetro, tornammo a casa.

Milan aveva ragione, quel liquore alla ruta era un vero toccasana, il mio stomaco era guarito e ci dispiacque partire.

La sua stretta di mano è forte, il sorriso sincero, lo lasciamo alle sue sculture, alle sue proboscidi, ai becchi adunchi, lo lasciamo alle nasse lasciate a mollo per due giorni, un po’ per pigrizia, un po’ per disperazione.