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Con il nuovo anno, si entrò nella fase decisiva per il decollo dei miei affari. Antonio Fernandez Saenz organizzò una cena in un bar a cui furono invitati alcuni tra i più capaci negozianti di Siviglia e non solo di Siviglia. Ebbi la mia occasione e feci di tutto per non sprecarla: mostrai i pezzi forti della mia collezione, compreso un pugnale d’argento e ambra che apparteneva alla famiglia di Moustafa e doveva valere un sacco di denaro. Raccontai nei dettagli il mio viaggio e i miei incontri ed esposi la teoria secondo cui tutti avrebbero tratto beneficio da una compravendita del genere. D’altra parte, non dimenticai di sfoggiare le armi cui quella platea di spalluti mercanti andalusi era più vulnerabile: vestito attillato, ammiccamenti complici, risposte sfuggenti. Il risultato fu positivo: da almeno una decina di loro ottenni qualche commessa e la promessa che prima del mio prossimo contatto con il Marocco mi avrebbero cercato per nuovi ordini. Uno di essi, poi, un tipo arrogante e con le guance gonfie, mi promise che avrebbe comprato seduta stante il mio tappeto migliore, se solo fossi andata immediatamente a casa per recuperarlo e glielo avessi dispiegato sul pavimento del bar. Non avevo niente da perdere e lo feci, sparando tra l’altro un prezzo piuttosto alto e propinandogli un tappeto discreto ma per niente eccellente - il migliore rimase custodito gelosamente sotto al mio letto. La cosa fece comunque scalpore: mentre il tizio, spaccone, mi pagava peseta per peseta il tappeto, altri si avvicinavano e mi chiedevano di mostrarne altri. Fu quello che feci, in quella notte di gennaio in cui da straniera qualsiasi divenni per tutti la bereber roja, mercante di merci marocchine a Siviglia. Più tardi, mi ritrovai a contare incredula i contanti incassati in poche ore. Per ultimo mi si avvicinò un anziano mercante di Cordoba, che avevo notato perché più elegante degli altri e perché si era tenuto garbatamente in disparte durante tutto quel sovrapporsi di commenti, offerte, battibecchi. Mi chiese come pensavo di fare fortuna con quel commercio. “Non è niente di nuovo: l’Andalusia è piena di arabi, cose arabe, mode arabe”, mi gelò. Presa di sprovvista, riattaccai con la teoria secondo cui questo commercio avrebbe beneficiato un po’ tutti, ma lui mi interruppe bruscamente: “A me interessa che benefici me. – disse, e proseguì – A giugno avrò bisogno di una fornitura completa per aprire un negozio a Cordoba. Tu sei il mio intermediario, bereber roja. Se davvero sei brava, avrai l’occasione di fare fortuna”. Mi chiese un numero di telefono su cui trovarmi e se ne andò senza aggiungere altro. “Sei fortunata, è uno dei più famosi commercianti di Cordoba”, disse una voce alle mie spalle. Mi girai, davanti a me stava un tipo alto, ben messo, moro e con gli occhi profondi. Istintivamente lo abbracciai, vergognandomi subito dopo per l’eccessiva impudenza. “Piacere, Jaime”, mi disse sorridendo. “Anita”, bofonchiai imbarazzata. Via telefono, trasmisi tutte queste richieste a Moustafa, aggiungendo che era necessario che questo primo carico fosse di ottima qualità, così da convincere definitivamente gli acquirenti. Lui fu preso da un’agitazione febbrile: mi disse che non tutto era così facile come sembrava, spezie buone non ce n’era dappertutto e poi andavano considerate le spese di viaggio e ad ogni modo lui avrebbe dovuto assentarsi da Tinherir per qualche settimana, per questioni che riguardavano la sua sorella di Rabat. Forse influenzata dai moniti del mercante di Cordoba, dubitai per la prima volta del mio amico Moustafa; gli concedetti comunque una proroga di qualche giorno rispetto alle scadenze pattuite e lo salutai sforzandomi di apparire fiduciosa. Vagavo frenetica tra la cabina telefonica del bar di Plaza San Marcos, le botteghe del centro di Siviglia ed un seminterrato nei pressi del Guadalquivir - prestito a rendere di Antonio Fernandez Saenz - che stavo allestendo in modo che potesse fungere da magazzino. Nel susseguirsi delle mie giornate, non seguivo alcun ritmo che non fosse quello dettato dai miei affari. Il mio letto, a causa della insonnia che mi affliggeva come un’infezione, restava il più delle volte intatto. Rientrando alla sera, solitamente tardi, zampettavo silenziosa su per le scale, per evitare che Manoli mi sentisse e mi bloccasse con le sue confidenze da pianerottolo. Ero diretta all’azotea, dove Pedro mi aspettava imperterrito, a qualsiasi ora: stavamo seduti uno fianco all’altro, a vedere la notte che, calando su Siviglia, si avvinghiava alle cupole, ai giardini, alle panchine. Era a Pedro, alternativamente impegnato ad accarezzare le proprie piante o ad intagliare i propri bastoni, che confidavo l’entusiasmo, i dubbi, la paura. Non capivo se stesse effettivamente capendo ciò che gli dicevo, fatto sta che emetteva di quando in quando mugugni acuti, come a sottolineare i punti salienti del mio discorso; approfittava delle mie pause per liberare la voce rauca in lunghi monologhi di cui, come sempre, non comprendevo nulla. Agli occhi di un estraneo, la scena cui davamo quotidianamente vita sarebbe sembrata senza dubbio grottesca, ma io non me ne rendevo conto: le ore passate con Pedro erano le uniche in cui, sospesa la smaniosa attività del giorno, mi concedevo esercizi di sintesi e di riflessione. Il nostro rapporto si fece più profondo e la necessità di vedersi più urgente: una volta che mancai all’appuntamento in azotea - a causa di una cena con un uomo - lo trovai, la mattina successiva, davanti alla mia porta, in preda ad una crisi di pianto stridulo, di quelle che io attribuivo alla solitudine e di cui da un pezzo non ero più stata testimone. Lo consolai come potei e dovetti farlo per altre tre volte. Il mio corteggiatore di quei giorni era il moro Jaime, quello che avevo conosciuto la notte dell’incontro con il mercante di Cordoba: era stato Jaime ad informarsi sul mio numero di telefono e ad invitarmi ad una taperia galleggiante sul Guadalquivir. Lo conobbi meglio. Era simpatico e possedeva due cose che mi incuriosivano: un negozio di strumenti musicali e un’educata discrezione, rara per la gente di quella regione. Aveva viaggiato in lungo e in largo l’Europa per ragioni che non arrivò mai a confidarmi. Io, in compenso, la quarta volta che uscimmo assieme, non riuscii a dirgli che avrei voluto che mi cingesse forte la vita - sentirmi il suo braccio attorno - e che mi portasse - i miei passi seguendolo senza saperlo - fino a casa sua. Sarebbe stato, forse, un appiglio. Anche in quell’occasione, invece, Jaime fu discreto, anche troppo, ed io finii per perderlo di vista, casualmente, come spesso capita. Di lui la pettegola Manoli non seppe nulla e Pedro non soffrì oltre della mia assenza. La prima domenica del mese era il giorno prestabilito per l’arrivo di Moustafa al porto di Algeciras. Mi svegliai presto per prendere un autobus che dalla pianura che circonda Siviglia mi conducesse al mare; col sedile reclinato e il naso appiccicato al finestrino, dormii un sonno disgraziato, popolato da immagini spettrali e sibilanti. Al mio risveglio, mi sforzai di attribuire queste apparizioni allo stato dei miei nervi, consumati dall’insonnia; sarebbe stato più sincero ammettere a me stessa il presentimento che sul molo di Algeciras non avrei trovato né Moustafa né la merce. Comunque sia, mi sbagliavo. Il primo a scendere dal barcone di latta arrugginita fu il mio socio marocchino, seppur non propriamente in forma smagliante: aveva la barba di una settimana, le mani pallide e i modi di chi è ansioso di ripartire. Dietro di lui veniva un Apecar italiana, guidata da un marinaio, anche lui maghrebino, carica delle mie merci. “Tutto bene?”, chiesi a Moustafa. “Insomma”, rispose, in una smorfia. Bofonchiò qualcosa riguardo a sua sorella, in pessime condizioni a Rabat. Non capii dove voleva arrivare. “E il carico?”, gli chiesi. “Dagli qualcosa”, mi disse, accennando al tizio magro che, parcheggiata l’Apecar, si era appollaiato dietro al mio socio. Gli allungai qualche moneta e quello sparì. Moustafa stava zitto. “E il carico?”, insistetti. “C’è tutto, ma così non va. Il passaggio per le merci costa troppo. Il guadagno finale è basso”. “Quindi?”. “Quindi comincia col vendere queste cose, ma la prossima volta bisogna cambiare”. “Cambiare come?”. “Spendere meno”. “E come?”. “Tu vendi queste cose e mandami la mia parte, al resto ci penso io”. Non aggiunse altro, si voltò e si incamminò verso il barcone. Avrei voluto gridargli di fermarsi e fargli capire che ero io quella a cui toccava decidere ma, con mio grande disappunto, non vi riuscii: lo stress e il mancato riposo di quei mesi avevano indebolito le linee dure del mio carattere, avevano minato la mia determinazione, avevano mutato la sfrontatezza di un tempo nel rabbioso piagnucolio che ora mi sfigurava il viso. Il barcone ripartì e io stetti lì, immobile, sul molo di Algeciras, come una moglie scema. Di ritorno a Siviglia, dopo aver trasportato il carico dall’Apecar al magazzino, mi diressi immediatamente verso Calle Juaregui e l’azotea. Sentivo bisogno di parlare con Pedro di ciò che era accaduto. La notte precedente, gli avevo annunciato la mia trasferta ma non credevo mi avesse capito. Invece il vecchio stava lì, trepidante sul suo bastone, come in attesa di un resoconto. Ci sedemmo e gli parlai per ore, lui mugugnava e sbarrava gli occhi vitrei. Ad un certo punto piansi del pianto rabbioso che mi aveva perseguitato nel pomeriggio; lui mi fissò spaventato, poi prese a frignare con quel suono stridulo che ben conoscevo e continuò per diversi minuti, come in preda ad una crisi che io gli avevo trasmesso, finché, per calmarlo, fui costretta ad abbracciarlo. Tutto sommato, comunque, il confronto con Pedro mi tranquillizzò. Il giorno dopo ricevetti in magazzino i commercianti da cui avevo ricevuto gli ordini e a ciascuno mostrai con orgoglio e studiata civetteria il carico di merci giunto dal Marocco: tappeti, specchi, pugnali, borse di cuoio, gingilli, coppole, camicie senza collo, braccialetti, bizzarri strumenti musicali. All’erborista dell’Alfama, mostrai, oltre alle spezie più comuni, una cassa completa di polveri e pozioni dalle funzioni più strambe e disparate: elisir di giovinezza, radici contro la calvizie, veleni di rettili. Alcuni dei miei clienti si mostrarono entusiasti, altri solo soddisfatti, altri ancora diffidenti. Poco importava, comunque: tutti mi pagarono e, a pomeriggio inoltrato, mi trovai a scorrere tra le dita una ragguardevole quantità di pesetas. Ad ogni modo, trattenni il mio entusiasmo: il test più difficile doveva ancora venire e mi sarebbe stato sottoposto l’indomani, a Cordoba. Quella notte accadde qualcosa di più strano del solito: accostatami da qualche minuto e in bilico tra il sonno e la veglia - in quel limbo in cui i pensieri gradualmente perdono coerenza e si fanno sogni - mi svegliai con un sussulto, certa di aver udito un grido soffocato provenire dal fondo della stanza. Mi alzai e accesi la luce: dovevo aver sognato, perché nella camera non c’era nulla di strano, tranne forse quel sinistro ritratto che un sera di mesi prima aveva spaventato la sensitiva fidanzata di Felipe e che ora stava appoggiato di fianco alla poltrona, senza che io mi ricordassi di avercelo mai messo. L’indomani, la visita a Cordoba fu un successo: giunsi con l’Apecar nel primo pomeriggio, incontrai subito il mercante che si mostrò compiaciuto della qualità della fornitura marocchina e mi invitò a cena in un ristorante italiano. Nel bel mezzo di un risotto ai funghi porcini, estrasse la mazzetta dei soldi che mi spettavano per il primo carico più un’altra, alta quasi cinque volte tanto, che rappresentava l’anticipo per gli affari successivi: “Bereber roja - mi disse - hai lavorato bene e la faccenda prosegue. Ecco la lista per i prossimi ordini e mi raccomando: merce di qualità, prezzi bassi e niente cazzate con la polizia portuale”. Deglutii in silenzio quel boccone, pensando alle torbide trame intessute da Moustafa, quindi alzai lo sguardo e sorrisi il più limpidamente possibile al mercante di Cordoba. Tornai a Siviglia nottetempo e salii fino all’azotea, per raccontare a Pedro che gli affari avevano preso a girare, ma anziché disegnare cerchi concentrici ed isolati, si muovevano secondo una sola ed intricata spirale, di cui non vedevo la fine. Lui sbarrava gli occhi umidi, accarezzava il mio ibiscus e, come suo solito, emetteva mugugni prolungati e tristissimi, tanto da farmi sospettare che non fossero i miei racconti a dispiacerlo, ma qualcosa di intimamente legato alla condizione sua e degli altri: quella sera, qualcosa dentro alla malmessa carcassa di Pedro reclamava sommessamente per le ingrate sorti del mondo. Al telefono, Moustafa era elettrizzato: mi spiegò immediatamente in che modo fargli arrivare il suo compenso, quindi mi annunciò che aveva trovato una soluzione al problema dell’eccessiva onerosità del trasporto attraverso lo Stretto. Gli feci presente che era necessario restare nella legalità, in pace con i controlli della polizia portuale. “Dove passiamo noi, non ci sarà nessun controllo, fidati”, mi liquidò, prima di riattaccare, lasciandomi ancora una volta nel dubbio che le redini che qualche mese prima tenevo ben salde ora stessero mi scorrendo rapidamente sui polpastrelli, allentando la mia presa. Non mi restava altro che aspettare: il carico successivo sarebbe giunto sulle coste europee nel giro di un mese, non si sapeva bene dove né come. In quei giorni, avrei potuto godere dei recenti profitti e del tempo che, dopo settimane di lavoro indefesso, si spalancava davanti a me, piatto e pigro come un panorama africano. Comunque sia, non vi riuscii. Continuavo a dormire poco, a svegliarmi presto e a recarmi di prima mattina al magazzino dove, constatato che tutto era identico al giorno prima, mi dedicavo al cambiar posto alle cose, in cerca di un ordine assoluto ed impossibile. Pur sapendo che Moustafa non mi avrebbe telefonato che al momento della prossima consegna, passavo ore intere appoggiata alla cabina del bar di Plaza San Marcos - il mio recapito telefonico - in attesa di un fantomatico squillo. Le attività con cui solevo riempire i miei momenti liberi - le riviste d’arte, lo shopping, i musei - in quei giorni non facevano che amplificare il mio senso di nervosismo e di perdita di tempo. Vivevo decisamente al di sopra del ritmo che mi era richiesto, stato che mal si confà alla condizione di chi deve attendere. Come cura alla mia inquietudine, decisi di scrivere a mia madre: non aveva mie notizie da almeno un anno e, sebbene i nostri rapporti fossero deteriorati ormai da tempo, meritava di sapere perlomeno che ero viva. Mi chiusi nel magazzino per un paio di pomeriggi. Riallacciare quel legame, e farlo in forma scritta, mi costò una fatica esagerata, ma infine avevo tra le mani un resoconto discretamente preciso che riguardava ciò che mi era successo nell’ultimo anno: tralasciai volutamente la mia situazione sentimentale, che le avrebbe fatto scuotere la testa, e feci a meno di promesse e addii sdolcinati di cui, conoscendomi come conosce una madre, avrebbe immancabilmente svelato l’artificiosità. Quella sera, momentaneamente gratificata dal buon cuore che mi aveva guidato in quel gesto, portai la lettera in azotea, per leggerla a Pedro. Fu attorno alla quinta riga che mi resi conto che la mia lettura a voce alta si stava svolgendo - come era normale che fosse - in olandese, la lingua mia e dei miei parenti. Alzai gli occhi dal foglio di carta gialla: Pedro, intento a modellare un bastone d’osso, emetteva i soliti mugugni d’assenso, apparentemente insensibile al mio salto linguistico. “Forse è disattento”, pensai, prima di continuare a leggere come prima. Per tutta la lunghezza della lettera, Pedro stette ad ascoltarmi senza che io potessi avvertire sul suo volto alcun segno di perplessità; un paio di volte, anzi, voltò il capo verso di me, come per assentire. Terminata la lettera, gli chiesi in olandese cosa ne pensasse. Mi rispose nella sua lingua misteriosa e con frasi e modi indistinguibili da quelli delle sere precedenti. Continuai dunque a parlargli: gli descrissi il mio quartiere di Eindhoven, l’infanzia passata tra tre vie, le gite in barca in estate, la noia della scuola, la morte improvvisa di Martin, l’ultimo piatto lanciato a mia madre, la decisione di andarmene. Quel tuffo nel passato, raccontato nella lingua che di quel passato era stata testimone, mi restituì una tranquillità a cui mi ero disabituata. Rinunciai all’idea che Pedro comprendesse il mio spagnolo e da quella sera innanzi, senza che assolutamente nulla cambiasse tra di noi, mi rivolsi a lui esclusivamente in olandese; Pedro, dal canto suo, continuò ad esprimersi nel suo idioma indecifrabile. Venne così meno l’ultima delle convenzioni che dava al nostro rapporto una parvenza di normalità: io, una procace commerciante olandese, e Pedro, un vecchio decrepito che intagliava bastoni, ci incontravamo sempre da soli, di notte, su una terrazza di Siviglia e dedicavamo ore intere a discutere in lingue oscure ed incompatibili. Arrivò la telefonata dal Marocco. Era il primo pomeriggio di un giovedì di maggio e, come sovente mi capitava nell’ultimo periodo, mi ero assopita sul tavolino del bar di Plaza San Marcos. A svegliarmi fu il braccio nerboruto del barista, che mi scosse e mi indicò il telefono. Non feci in tempo a rendermi conto della situazione che, dall’altro capo del filo, mi giunse, tesa come un filo elettrico, la voce di Moustafa: “Sono pronto, fatti trovare martedì notte a Zahara de Los Atunes, sulla playa pequeña, tutti sanno dove sta. Porta i soldi. Noi arriviamo il prima possibile, tutto ok?”. Non attese la mia risposta: “Scusa, ora devo riattaccare”. Il bip proveniente dal telefono mi confermò l’avvenuta interruzione della comunicazione. Stetti immobile, fissando la scritta ‘Bar San Marcos’ che, alla rovescia sulla vetrina, si frapponeva tra me e la primavera di Siviglia. Mi ci volle qualche minuto per riprendermi. La telefonata era arrivata. Il mio socio sembrava nervoso. L’appuntamento era per dopodomani notte, sulla spiaggia di un paesino non distante da Algeciras. Solo una cosa non mi tornava proprio. “Noi arriviamo il prima possibile”: cosa aveva inteso Moustafa con quel ‘noi’? Lui e chi altri? Semplici barcaioli? O qualcun altro, qualcuno che si era intromesso nell’affare? Constatai che il gioco che avevo immaginato limpido e matematico non cessava di intorbidarsi e che la mia equazione era complicata da nuove ed impreviste variabili. Nel timpano che qualche minuto prima aveva accolto lo spagnolo sibilato del mio socio risuonarono i moniti del mercante di Cordoba riguardo al mettersi in affari con i maghrebini. Ebbi un moto d’ira nei confronti dell’immagine scarna e allampanata di Moustafa, che, in base alla fiducia che gli avevo accordato, aveva ritenuto possibile condurre da solo le sorti del negozio, decidendo modi e tempi delle consegne e circondandosi di collaboratori della sua risma, a me del tutto sconosciuti. Ad ogni modo, non c’era niente da fare: se la faccenda mi era sfuggita di mano si sarebbe capito nel giro di un paio di giorni. Certo era che il mercante di Cordoba - l’unico in questa faccenda ad infondermi una certa sicurezza - doveva essere tenuto all’oscuro delle ultime complicazioni. In caso qualcosa fosse andato storto - era da mettere in conto - avrei dovuto assumere in prima persona un carico pesante di debiti, responsabilità ed eventuali ripercussioni. Bevvi un tè e feci una puntata in magazzino per recuperare l’Apecar e farla controllare da un meccanico. Quella sera, in azotea, trovai Pedro nel bel mezzo di una delle sue crisi di piagnucolio. Inizialmente, attribuii tale atteggiamento al fatto che io fossi costretta, il giorno dopo, ad andarmene e a lasciarlo solo: mi ero abituata, ormai, al fatto che Pedro sapesse tutto ciò che ero in procinto di fare, partecipasse dei miei umori e soffrisse delle mie assenze, seppur brevi. Gli parlai un po’, cercando di trasmettergli quiete, ma non vi riuscii. Il suo lamento sommesso - interrotto di quando in quando da sospiri concitati - era accompagnato da un vagolare isterico degli occhi e da movimenti convulsi della testa. Quell’essere seduto ed appoggiato ad un bastone di metallo mi parve più braccato e sperduto del solito, come se l’immota malinconia della sua vita fosse stata sconvolta da un fattore imprevisto. Ancora una volta, dovetti stringermelo al petto perché si calmasse. Prima di salutarci, mormorò qualcosa che mi sembrò un ringraziamento. Quella notte ci misi cinque ore a prendere sonno: oltre ai soliti fantasmi, a non darmi tregua furono una serie di domande. Cosa sentiva Pedro? La paura che avevo letto nei suoi occhi a cosa era dovuta? C’entrava qualcosa con me, la sua unica amica? C’entrava qualcosa con la mia gita dell’indomani? Il piagnucolio di Pedro, insomma, era un avvertimento? Rigirandomi senza sosta tra le lenzuola, mi scoprii a dare per scontato che il mio vecchio confidente possedesse poteri divinatori. Con le prime luci del giorno, presi una decisione curiosa: nascosi la mazzetta di soldi del mercante di Cordoba sotto al cuscino. Il sonno finalmente mi prese, gelido. Nella luce del tramonto, l’Apecar rumoreggiava leggera sulla carreggiata, lasciandosi alle spalle distese brulle, paesi candidi e tavole calde per camionisti. Mi fu impossibile, comunque, godere del viaggio verso Zahara de los Atunes: i miei pensieri erano monopolizzati dal ricordo delle parole di Moustafa - “Noi arriviamo il prima possibile” - e del pianto isterico - e forse premonitore - di Pedro. Zahara de los Atunes è uno dei minuscoli paesi che, dopo lo stretto di Gibilterra, si sdraia in orizzontale, casa per casa, faccia all’oceano, in attesa del Portogallo. Le spiagge ventose sono costellate da conchiglie lisce e windsurf a riposo. Il pugno di esercizi commerciali che si trova sull’unica via è sprangato per gran parte dell’anno e, nei mesi di lavoro, paga la devozione che la gente del luogo riserva alla siesta. L’unica attività che prosegue senza sosta, da gennaio a dicembre, dal mattino alla sera, è quella dei due bar - uno situato sulla via principale, l’altro sulla spiaggia - che danno ricovero a un buon numero di balordi dello Stretto. Arrivata a tarda sera, mi diressi verso il secondo, quello sulla spiaggia, in cerca di una birra, di una toilette e di indicazioni su come raggiungere la playa pequeña. Tutto fu più semplice del previsto. Proprio sotto alla vernice blu che, sulla porta del cesso, recitava señoritas, stava una mappa della zona: la spiaggia che cercavo si trovava ad un paio di chilometri dal paese e, malgrado il nome, mi sembrò lunga e ampia, troppo per i miei gusti. Feci la pipì e bevvi rapidamente la mia birra, badando a rendermi più invisibile e meno intrigante che mai. Un’ora dopo mi trovavo di fronte alla playa pequeña, senza aver proferito parole che non fossero quelle dell’ordinazione, rivolte al barista. Parcheggiai l’Apecar al riparo di due cespugli e mi sedetti sulla distesa di sabbia. Il mare era una lunga pianura nera, immobile e in gran parte indistinguibile dal cielo. La solitudine e l’attesa favorirono il ritorno di Pedro: il suo piagnucolio e le sue formule presero pieno possesso della mia testa, gettandomi in uno stato nevrotico di ansia e terrore. Convinta che qualcosa sarebbe andato storto, mi levai dal centro della spiaggia e mi defilai, accucciandomi dietro ad una duna, a pochi passi dalla strada d’asfalto. Lì chiusi gli occhi, convinta che un dormiveglia di pochi minuti avrebbe potuto attenuare la paura e restituirmi il controllo della situazione. Quando li riaprii - senza la minima idea di quanto tempo fosse passato - in mare stava una lucina rossa e intermittente, proveniente da est. Analizzai per qualche minuto il suo moto: senza dubbio, si stava dirigendo verso la spiaggia. Tornai a sperare, l’affare era vicino e le oscure predizioni di Pedro sembravano dissolversi. Ero in ginocchio e feci per alzarmi. Tuttavia, non ne ebbi il tempo. Là dove era la lucina rossa, esplose il bagliore accecante d’un faro. La spiaggia, d’un tratto, fu illuminata completamente. Il cuore mi balzò in gola e, dopo un solo attimo di smarrimento, mi buttai a terra. Per un tempo impossibile da quantificare stetti acquattata in quella luce lunare, in attesa che qualcuno mi scovasse definitivamente. La mia mano sinistra, paralizzata in un artiglio, scavava nella sabbia, come cercando disperatamente qualcosa a cui aggrapparsi. Poi, così come si era accesa, la luce si spense e il buio più totale tornò ad avvolgere la playa pequeña. Mi ci volle ancora qualche minuto per riprendere a respirare. Stetti lì, immobilizzata dallo spavento, maledicendo l’affare intrapreso, i soci che avevo scelto e la noncuranza con cui avevo trascurato gli espliciti avvertimenti di Pedro. Quando l’aurora cominciò a schiarire i contorni delle dune, non mi ero ancora mossa di un millimetro. Confuso nel fruscio dell’onda e della risacca, mi parve di distinguere il battere di un remo che si immergeva ritmicamente nell’acqua. Mi mossi a fatica, recuperando non so quali forze, e buttai lo sguardo oltre la duna, verso l’Oceano. Ormai a pochi metri dalla spiaggia, una povera barca da pescatori ondeggiava sotto il peso di diverse casse, distribuite al suo interno. Una sagoma saltò nell’acqua bassa e trascinò la barca fino al bagnasciuga. Quindi prese a guardarsi attorno, cercando qualcuno, quasi sicuramente me. Era Moustafa. Era solo. Sbucai da dietro alla duna e camminai dritta in direzione del mio socio, incurante dei rischi possibili, con la ferma intenzione di riempirlo di schiaffi. Vedendomi arrivare, incominciò subito a scaricare le prime casse e, quando gli fui a pochi metri, mi anticipò dicendo sottovoce: “Scusa, so già tutto, c’è stato un contrattempo”. “Un contrattempo?!!”, stavo per imbestialirmi ma mi interruppe: “Lo so lo so, ma non si ripeterà e poi ci è costato molto meno. Ma ora aiutami, dobbiamo scaricare tutto alla svelta, altrimenti rischiamo che quelli tornino. Ti spiegherò tutto al telefono. Dov’è l’Apecar?”. Stremata e ansiosa di chiudere la faccenda, gli indicai il luogo in cui l’Apecar stava nascosta. Muti e rapidi, trasferimmo dalla barca all’Apecar tutte le casse e gli imballaggi. Erano le sei quando mi apprestavo a pagare il mio socio e ripartire con la merce: “Quanto cazzo vuoi, stronzo?”, gli domandai. Forse influenzato dai miei modi e dal mio stato, mi chiese la metà della volta precedente, quindi ripeté: “Non preoccuparti. Ti spiegherò tutto al telefono. Domani”. Si voltò e si diresse a passo spedito verso la barca. Mentre menava le prime remate, io ero già sulla strada che dal mare porta a Siviglia. A tratti, brividi di terrore continuavano a scuotermi il corpo. Poco oltre l’ora di cena, ero davanti al portone di casa. Con l’ultima cassa scaricata nel magazzino, l’angoscia aveva lasciato il posto alla spossatezza e all’emicrania. Già pensavo a barricarmi nella mia camera, certa che i soliti fantasmi non mi avrebbero impedito di abbandonarmi ad un sonno greve e povero di sogni. Tuttavia, nei pressi del primo piano rallentai il passo. Di fronte alla porta di Pedro stavano due sedie, accatastate l’una sull’altra. Niente di particolarmente strano, se non fosse che il passaggio per quel pianerottolo mi era sempre risultato spoglio, asettico - non c’erano nemmeno i tappetini per pulirsi le scarpe - mentre ora, per la prima volta, vi notavo un segnale di vita. Fui colta dalla tentazione di bussare alla porta del mio amico per chiedergli cosa se ne facesse di quelle sedie, poi la discrezione e la stanchezza ebbero la meglio: Pedro mi avrebbe spiegato tutto il giorno successivo. Ripresi dunque a salire, rimandando ogni ulteriore attività al momento del mio risveglio. Qualcosa, però, volle che la mia resa non fosse tanto rapida. Entrata nel mio appartamento e in procinto di accendere la luce della mia camera - e cominciare quella serie di rituali (poggiare le chiavi, togliere l'orologio, mettere il pigiama, aggiustare il cuscino) che come trincee delimitano la distanza tra la coscienza ed il sonno - udii una voce, dal fondo della stanza, esplodere un grido soffocato e breve. Un episodio simile mi era già occorso un paio di volte ma - dato il logorio subito nelle ultime ore dai miei nervi - ciò non bastò a rendere la mia reazione meno affannosa. Accesi immediatamente la luce. La stanza era esattamente come l’avevo lasciata. Nel letto non c’era nessuno. Il quadro dei due coniugi stava ancora lì, appoggiato a fianco della poltrona. Il mio cuore, da poco ripresosi dall’avventura della playa pequeña, riprese a battere in maniera convulsa. In un moto d’ira, presi il quadro e lo lanciai violentemente nel corridoio. Analizzai ogni angolo della mia camera. Niente di anomalo. Cercai di calmarmi e di ignorare gli spiriti che, da quando più di un anno prima ero entrata in quell’appartamento, mi avevano dato segnali della loro presenza, limando giorno per giorno la fredda razionalità che faceva parte della mia indole. Anche quella notte, mi misi sotto le lenzuola attribuendo l’origine di quelle suggestioni allo stress sopportato durante mesi di lavoro e di rischio. Eppure i miei occhi restavano sbarrati, intenti a sondare, anche al buio, ogni interstizio della mia camera. Dopo poco, mi parve di udire nuovamente quel grido mozzato. Mi girai verso la poltrona. Seduto nella penombra, appoggiato ad uno dei suoi bastoni, fui certa di scorgere Pedro. Mi pervase un sentimento ibrido di paura, compassione e rigetto. Pronunciai a bassa voce il suo nome. Nel silenzio, mi sembrava di riconoscerne il respiro breve. “Pedro”, sussurrai ancora. Pedro non rispose, stava immobile, intuivo il suo pugno stretto sull’impugnatura del bastone. Lentamente, come timorosa dell’esito del mio gesto, misi la mano sinistra sull’interruttore dell’abat-jour. “Pedro”, dissi ancora una volta, implorandolo. Non rispose. Premetti l’interruttore e la luce si accese. La poltrona era vuota. Mi alzai di scatto e andai a tastarla: nulla, nessuno si sedeva lì sopra da almeno due giorni, l’ultima volta che mi ci ero appoggiata io per copiare l’elenco degli ordini. Andai in bagno a lavarmi la faccia. Mi sforzai di non guardarmi allo specchio: avevo paura di cosa ci avrei visto dentro. Poi bevvi un bicchier d’acqua e tornai a letto. Durante il resto della sera e della notte, ripetei quella serie di operazioni per ben tre volte, perché tre furono le grida soffocate che mi svegliarono di soprassalto e tre le apparizioni di Pedro, seduto sulla poltrona nel tetro silenzio della mia stanza. Temetti di aver perso per sempre la ragione. Nel patio già rimbombava l’eco di voci e rumori quando mi svegliai in un bagno di sudore. Il giorno mi concesse il coraggio di guardare nello specchio: non ci scovai nessuno spirito, in compenso i capelli erano sfilacciati, il viso pallido, sciupato, segnato da occhiaie e rughe nuove. Mi diedi una sciacquata, ma il mio risveglio, quella mattina, non passava per le attività consuete - toilette, indumenti, colazione. Avevo un solo bisogno impellente: quello di vedere Pedro, per scacciare le apparizioni della notte. Ancora in pigiama, mi catapultai sulle scale, decisa, nonostante non l’avessi mai fatto, a bussare alla sua porta. Sul secondo pianerottolo mi imbattei in Manoli e nella moglie dell’amministratore, chine sulla tromba della scale ed intente a bisbigliare; le sorpassai senza nemmeno salutare, fingendo di non udire il loro successivo richiamo. Per il mio disappunto, all’altezza del primo piano fui costretta a fermarmi. Davanti alla porta di destra, quella dell’appartamento di Pedro, un viavai di persone e mobili impediva il passaggio: una signora paffuta, con un vestito a fiori e truccata più del dovuto, dava brusche indicazioni ad una squadra di ragazzi dalle spalle robuste, verosimilmente facchini. Mi appoggiai al corrimano, tre gradini sopra il pianerottolo, esterrefatta. Cosa succedeva in casa di Pedro? Una compravendita di mobili? O un trasloco? E chi era quella signora? Una nipote rediviva? La voce di un facchino mi riportò alla realtà: “Deve passare, signorina?”. Non risposi, mi girai terrorizzata e presi a salire tre gradini alla volta, decisa a raggiungere Manoli, per chiederle ragione di tutto ciò. “Cosa succede, hija?”, mi anticipò lei, affibbiandomi il nomignolo affettuoso con cui si rivolgeva ai più giovani. “No, aspetta, scusa - le risposi trafelata - dimmi tu cosa sta succedendo… - ripresi fiato e conclusi - …al primo piano”. “Niente, viene a viverci una signora, ci siamo già presentate, si chiama Rosa, è la moglie del proprietario di quel negozio…”. La interruppi: “Sì, sì, va bene, Manoli, ma è una parente di Pedro?”. “Pedro? E chi diavolo è Pedro?”. Dall’espressione con cui pronunciò quella frase sembrò che quel nome non le fosse familiare. “Come chi è Pedro? Il signore che abita al primo piano. Fino a ieri”. Manoli indietreggiò con la testa, squadrandomi con sospetto; il timbro della sua voce si fece più composto e severo: “Hija, qui non c’è nessun Pedro. L’appartamento di destra del primo piano è vuoto da almeno sette anni”. Ora la mia voce era flebile: “Ma come, Manoli - ripresi - Pedro, dai, l’avete visto tutti. Sta sempre in azotea ad intagliare bastoni e a curare le sue piante”. Manoli mi guardava, impassibile. Sentivo la moglie dell’amministratore ridere sommessamente, protetta dal corpo della matrona. Sotto, continuava il vociare dei facchini. “Avrà ottant’anni, Pedro. Parla un dialetto stretto. Dai, che lo conoscete tutti. E’ zoppo, si veste male e ha gli occhi chiarissimi, quasi di vetro”. Ci furono cinque secondi di silenzio. “Ha gli occhi di vetro”, annuì Manoli. Ci fissammo per un po’, poi Manoli mi prese per mano e mi condusse su, in azotea. Sorpassammo la moglie dell’amministratore, che mi fissava, trattenendo a stento le risate. In terrazza, Manoli mi portò dove stavano tutti i vasi di Pedro: “Guarda, hija, tutte le piante e i fiori dell’azotea stanno su questo muretto. E sono mie. Sono io che le innaffio. Innaffio anche il tuo ibiscus, che se fosse per te sarebbe già morto”. Manoli tacque, mi osservava preoccupata. Io continuavo a fissare il muretto con le piante di Pedro, che a quanto pareva non erano di Pedro, erano di Manoli. “Hija, forse è meglio che ti fai una bella doccia, ti metti a letto e dici ai tuoi soci che per un po’ non andrai a lavorare”. Mi misi il volto tra le mani e scappai via, perché non mi vedesse piangere. Entrata nel mio appartamento, mi chiusi la porta alle spalle e mi catapultai nel salone. Seduto sul divano, anche Pedro piangeva. Un moto naturale ci spinse ad abbracciarci. Quando il pensiero corre ai fantasmi, la schiena della gente comune è convenzionalmente percorsa da un brivido, attribuibile, oltre che al terrore, all’attrazione irresistibile che noi uomini sentiamo nei confronti dei fatti sovrannaturali. Siamo inevitabilmente sedotti dall’immagine di esseri eterei e svolazzanti, provenienti da dimensioni altre, indifferenti alle passioni comuni ed estranei - o peggio ancora avvezzi - all’evento supremo della morte. Chi, come me, avesse avuto l’occasione di convivere per un certo periodo di tempo con un fantasma, saprebbe che un essere del genere vive in maniera misera e noiosa, inconsapevole della straordinarietà che noi uomini attribuiamo alla sua natura. Pedro sconta ogni giorno la propria esistenza e, per capacitarsene, ne costella l’orizzonte di meschinità ed ossessioni, né più né meno di quanto faccia la maggior parte degli uomini. Pedro non mangia, non beve e non dorme. In compenso è disgustosamente abitudinario: scandisce la sua vita secondo esercizi ripetitivi, svolti sempre alla stessa ora e nello stesso luogo, come succedeva per i nostri incontri sull’azotea. Quando qualcosa giunge a sconvolgere le sue usanze millenarie, allora viene colto da crisi isteriche, che culminano talvolta - quando posso vederlo - in veri e propri attacchi convulsivi, simili a quelli causati negli uomini dall’epilessia. Dopo questi sfoghi - e sempre più negli ultimi anni - Pedro tace per interi giorni e si dedica a consumare piccole e rabbiose vendette nei miei confronti; d’altronde, sono l’unico essere vivente su cui può sfogare la propria frustrazione. Comunque, non è mai andato oltre al nascondermi le posate e al sibilarmi nelle orecchie, le uniche ripicche che il suo animo infantile e codardo riesce ad escogitare e a mettere in pratica. Dopo un paio di giorni, solitamente, riprende a parlarmi mugugnando, ed io nemmeno ci faccio più caso. L’unico evento eccezionale della sua esistenza - l’incontro con me - ha contribuito per qualche anno a regalargli una certa serenità; poi anch’io sono diventata parte delle sue abitudini e mi è capitato, mentre gli parlavo, di notare una certa indifferenza, dovuta non - come temevo un tempo - a problemi di comprensione, ma a un vero e proprio disinteresse. D’altra parte, non può fare a meno di me per un solo secondo: nonostante non debba risolvere bisogni materiali - non ne ha alcuno - ogni mia assenza, seppur brevissima, lo getta in uno stato di sconforto totale; il suo pianto disperato - per qualsiasi ragione mi sia allontanata e ovunque io sia - raggiunge lancinante qualche anfratto del mio corpo ed io, immediatamente, ritorno. Mi sono convinta del fatto che se prima di incontrarmi la solitudine di Pedro aveva un orizzonte temporale infinito, allo stesso modo - ora che stiamo insieme – Pedro non concepisca interruzioni nella nostra esperienza di unione, pena la separazione eterna. Con lo scorrere del tempo, sono riuscita a ricomporre gran parte del puzzle della nostra relazione. A partire dagli avvenimenti della sera precedente al trasloco, quando la ragione della crisi sproporzionata di Pedro non era stata il mio affare - oppure, chissà, magari c’entrava anche quello - ma il fatto di essere sul punto di perdere la sua tana, il suo rifugio, in cui viveva chissà da quanto. Ho parafrasato a ritroso ogni nostro incontro, fino ad arrivare a quel pomeriggio d’estate in cui ci incontrammo per la prima volta sull’azotea: se si chinò esageratamente su di me fu perché voleva analizzarmi per bene; non mi stupirei se - non visto - avesse compiuto lo stesso gesto poche ore prima con Manoli o con sua figlia. Solo che io me ne accorsi. La sua espressione mutò nel volgere di pochi attimi dallo stupore alla gioia incontenibile perché ero il primo essere umano che riusciva a vederlo. E che, addirittura, lo interpellava. Il dono della mia compagnia lo mandò in visibilio. Se per quanto mi riguardava gli anomali dialoghi notturni cui davamo vita rappresentavano una preziosa valvola di sfogo, non ho idea di cosa significassero per Pedro, che non parlava da decenni, secoli, forse non aveva mai parlato. Durante tutti questi anni, mi sono convinta del fatto che i fantasmi devono sentirsi molto soli, forse non conoscono i propri simili o non hanno il privilegio di comunicare con loro. La tristezza di una vita isolata, vissuta come esemplare di una razza vilipesa ed invisibile - se non addirittura estinta - spiega, a mio parere, l’atavica malinconia che pervade la vita di Pedro e le frequenti crisi di cui è vittima. Spiega anche il terrore che lo prese le sere in cui uscii con quel ragazzo moro, Jaime: il timore del tradimento provato da un fantasma è incomparabile con quello degli esseri umani, dato che noi abbiamo l’esperienza di amori passati e l’innata speranza nell’innamoramento futuro mentre per un fantasma l’abbandono è la ricaduta - probabilmente definitiva - in una solitudine lunghissima e nera. Tuttora, mi sfuggono alcuni dettagli dell’esistenza del mio compagno. Dopo trent’anni, la sua lingua continua a risultarmi incomprensibile: non so se la condivida con i suoi simili, ammesso - lo ripeto - che esistano. Certo è che il prolungato sforzo che feci per parlargli in spagnolo fu del tutto inutile: se Pedro mi comprende - e penso che lo faccia meglio di chiunque altro - non sono i codici degli uomini a consentirglielo. Anche per questo, gli sono particolarmente grata dello slancio di tenerezza che ebbe quando mi portò davanti alla porta del suo rifugio e mi disse solo: “Pedro”, scimmiottando un nome qualunque, qualcosa che aveva sentito dagli umani e che pensava sarebbe bastato a rendere la nostra relazione simile a quelle che spiava ogni giorno dalla terrazza. La cura meticolosa che dedica di notte alle piante altrui e alla forma dei propri bastoni non si è interrotta in tutti questi anni, nemmeno in seguito al nostro trasloco. Anche di queste attività a cui consacra un esasperato scrupolo e la maggior parte del suo tempo non sono riuscita a darmi spiegazione. Più volte mi è capitato di scrutare attentamente un bastone intagliato da Pedro, in cerca di chissà cosa, forse di un simbolo, tra quei ghirigori, che mi svelasse il fine ultimo della sua presenza al mio fianco. Non ho trovato nulla e mi sono rassegnata al fatto che anche la vita dei fantasmi, come la nostra, è disseminata di passatempi, insulsaggini e manie di cui è vano cercare un senso. Vivendo a stretto contatto con Pedro, mi sono poi abituata a riconoscere le bizzarre maniere in cui si manifesta: a volte, soprattutto di notte, ne vedo il corpo, il bastone, gli occhi vitrei, e posso toccarlo; altre volte mi è concesso solo di ascoltarne i mugugni, i sospiri, le grida improvvise; altre volte ancora, indizi della sua presenza sono una matita a terra o un quadro inclinato. Sono passati circa trent’anni e non ho più avuto un solo momento di raccoglimento: sotto la doccia, sprofondata nella poltrona o davanti ad una scodella di gazpacho, lui è attorno a me. Mi osserva, mi sfiora, mi parla. La simbiosi stabilitasi tra noi due non è bastata ad alleviare granché la sua tristezza, se tuttora almeno una volta al giorno è preda di quelle piagnucolose crisi di panico di cui ero stata testimone in azotea. Quando succede ed io posso vederlo, allora mi avvicino e lo abbraccio, come farebbe una madre con un lattante non ancora avvezzo alla crudezza della vita. Ma Pedro non ha l’aspetto di un lattante, bensì di un vecchio repellente dagli occhi umidi e trasparenti. Questo, almeno, nei primi tempi, non mi ha reso il compito facile. Con l’avanzare degli anni è andata meglio: anch’io ho incominciato ad avvizzire rapidamente e a perdere, assieme a qualsiasi interesse per la cura del corpo, anche la nostalgia di poter abbracciare un corpo giovane e pimpante. Ora sono una vecchia malvestita, dai capelli grigi e stopposi - lui è tale e quale a come l’ho conosciuto - e non mi stupirei se la gente che incontro durante le mie rare passeggiate lungo il Guadalquivir mi considerasse una pazza: d’altronde, mentre cammino, non faccio altro che rivolgermi al vento - dato che nessuno riesce a vedere Pedro - e lo faccio in olandese, lingua astrusa per la gente di qui. Il giorno stesso in cui Rosa, la paffuta signora sivigliana, si impossessò di quella che era stata la tana di Pedro, lui si insediò nel mio appartamento. Nei primi tempi, pretesi di poter conciliare la mia vita ed il rapporto con Pedro. Presto mi resi conto che era impossibile. Decisi volontariamente di sospendere ogni attività legata a quegli affari che tanto mi avevano entusiasmato e recisi ogni rapporto con chiunque non fosse Pedro. Decisa com’ero della svolta che avrei dato alla mia vita, mi bastarono una decina di parole per liquidare l’allampanato Moustafa. Più complicato fu chiudere i conti con il mercante di Cordoba: quando si presentò, impeccabile come sempre, nel mio appartamento non fu solo per ritirare la merce e il denaro restante. Volle capire. Gli parlai di Pedro e glielo indicai, ma il mercante di Cordoba non scorgeva nessuno sulla poltrona e tornava a fissare me, impietosito. Quando fu ovvio che non c’era più nulla da chiarire, se ne andò con uno sguardo sconvolto, lasciandomi sul tavolo il denaro che da contratto gli sarebbe spettato. Non lo vidi più. Quei soldi non mi sarebbero bastati a lungo ma la cosa non mi interessava, ciò che mi importava era stare con Pedro. In mio soccorso giunse Antonio Fernandez Saenz: anche lui mi venne a trovare e, quando gli spiegai di Pedro, reagì meglio degli altri: mascherò il suo disappunto allacciandosi una scarpa e mi disse che, se avessi voluto, il magazzino del Guadalquivir era mio, potevo farci quel che volevo. Accettai immediatamente e gli dissi che mi ci sarei trasferita con Pedro il giorno successivo. “Anita”, mormorò guardandomi negli occhi e abbandonando per la prima volta il soprannome - la bereber roja - che lui stesso mi aveva affibbiato. Feci modo di trascurare ancora una volta quella scintilla di tenerezza che, al mio cospetto, avevo sempre scorto negli occhi del mio benefattore. E non si trattava solo di stima o simpatia, se da allora e per trent’anni ho vissuto di una busta che qualcuno mi ha infilato sotto la serranda del magazzino, il primo sabato del mese, alla mattina presto. Dall’esatto momento in cui Antonio Fernandez Saenz uscì dalla mia porta, la mia vita è stata Pedro e nient’altro che Pedro: ogni movimento, ogni pensiero, ogni futile fantasia. Lui mi vive attorno: mi sfiora, mi fissa, si appollaia dietro di me. Tutto è Pedro. Una valutazione obiettiva su come la mia vita si è evoluta in questi trenta anni ha come esito obbligato la costernazione: ho voltato le spalle ad una gioventù bella, sfrontata e spavalda per confinarmi in un bugigattolo umido e tetro, in cui divido giorni tutti uguali con un fantasma noioso, ossessivo e dall’aspetto stomachevole. I piaceri dell’intelletto mi sono stati preclusi, così come quelli dei sensi. C’è stato un periodo in cui ho pensato che la comunione totale fra me e Pedro mancasse ancora di un tassello, ma sono rimaste mere elucubrazioni dal momento che il mio consorte - se mai ha provato qualche tipo di attrazione nei confronti del mio corpo e ammesso che esistesse un modo per soddisfarla - non è mai andato oltre all’avvinghiarsi al mio torace nei momenti di sconforto. Più di una volta - non lo posso negare - la repulsione che provo nei confronti di Pedro e della vita che sono costretta a condurre mi ha indotto a fuggire via da lui, dalla nostra casa, dalla nostra città. E a rinascere. Ma solo fantasie sono rimaste. C’è un filo molto spesso che mi lega a Pedro e non è solo la compassione che provo nei confronti di un essere solo, immaturo e impotente. E nemmeno la percezione del dolore inumano che gli causerei con il mio distacco. La verità è che Pedro mi vede dentro. Grazie ad una sensibilità inconcepibile per un uomo comune - a maggior ragione per un maschio - Pedro sa in ogni momento cosa sto provando e di cosa ho bisogno, partecipa di me. Deve essere un attributo della sua razza. Mi ascolta e mi vede dentro. A fianco di Pedro, mi è impossibile sentirmi sola. Qui si esaurisce il suo contributo al mio benessere. Tutto ciò mi basta a sopportare la sua presenza, per il resto detestabile. Mi basta a non fuggire. La scorsa domenica, a metà mattina, ho messo il naso fuori dal magazzino. È primavera e un sole tiepido spazzava la pista ciclabile su cui, a passo d’uomo, alcuni bambini davano le prime pedalate, sotto lo sguardo compiaciuto e vigile dei genitori. Alcune canoe scivolavano leggere sul fiume; i remi, le onde ed i corpi inarcati dei canottieri stabilivano con il ponte del Alamillo intese geometriche, segni tangibili dell’esistenza sulla terra di un ordine sovrannaturale. Pedro, come sempre, stava appollaiato dietro le mie spalle: mugugnava e mi tirava dentro, proteggendosi dagli sguardi della gente che non lo può vedere. D’un tratto, un centinaio di metri più in là, una banda ha cominciato a suonare ed io ho pensato che facessero le prove per qualche festa parrocchiale. Non guardo più le persone che mi passano di fronte: ho smesso di interessarmi ai contorni dei loro visi e alle vite che celano. Sarà per questo che a quel tizio - alto e scavato, con gli occhi neri e la pelle ambrata - non è bastato avvicinarsi perché mi accorgessi di lui, ha dovuto scuotermi una spalla. Doveva avere circa cinquant’anni e mi fissava preoccupato. “Anita - mi ha detto con voce dolce - Sono Moustafa. Passavo da Siviglia. Sono venuto a trovarti”. Posso constatare con soddisfazione che, almeno su questo punto, il mercante di Cordoba si sbagliava: Moustafa, a distanza di anni, rimane un amico; se mai ho avuto dubbi riguardo al fatto che si stesse approfittando di me, questi vanno attribuiti alla situazione di allora, insidiosa per entrambi e già popolata di spiriti nel mio caso. Siamo entrati in casa e gli ho preparato un tè. Moustafa mi ha parlato di sé: ora ha una bottega di sua proprietà nel souq degli ori di Marrakech, si è sposato e ha avuto sei figli che, perlomeno, riesce a mantenere. Sono stata contenta per lui, anche se non so se sono riuscita a dimostrarglielo, non ci sono più tanto abituata. Probabilmente gli devo essere apparsa svampita, un po’ istupidita forse. Non ho perso tempo a spiegargli di Pedro, comunque: sarebbe stato inutile e parlare in spagnolo mi stanca parecchio, anche a questo non sono più abituata. Una cosa che invece ho fatto è stata avvicinarmi alla dispensa, spostare i pomodori che ci riposano accatastati e pescare un vecchio portafogli in pelle, comprato proprio a Marrakech. Lui ha dato segno di riconoscerlo ma non era questo che mi interessava. Ciò che mi interessava era una cosa che conservavo lì dentro da anni, in attesa del momento propizio per tirarla fuori e svelarla: un foglietto sgualcito e ingiallito su cui una vecchia di Fes - lettami la mano in un angolo oscuro della medina e guardatami fissa negli occhi - aveva scritto alcune parole, molti anni prima. “Puoi tradurlo?”, ho chiesto a Moustafa. Lui si è chinato sul foglio e ha alzato gli occhi quasi subito. La frase era breve. “Non sai cosa c’è scritto?”, mi ha chiesto. “No - gli ho risposto – sono trent’anni che non mi va di saperlo. Ma adesso mi va”. Lui mi ha guardato meravigliato: “C’è scritto questo: Sposerai un fantasma”. Pedro ha emesso un mugugno più acuto del solito. Io ho detto solo: “Va bene”. Moustafa è rimasto un po’ lì, senza sapere cos’altro dire, poi si è alzato, si è chinato su di me baciandomi la testa e se ne è andato, chiudendo la porta del magazzino. E’ stato come incastrare l’ultimo tassello. Il giorno dopo, appena sveglia, sono uscita dal magazzino con una sedia sottobraccio. Ho scelto un punto sul lungofiume, ci ho messo la sedia e mi ci sono adagiata sopra. Una vecchia sudicia in attesa di chissà cosa sulla sponda del Guadalquivir. Pedro si è accovacciato ai miei piedi e siamo stati lì fino al tramonto. Io immobile, Pedro contorcendosi ed ansimando. E così abbiamo fatto il giorno dopo e quello dopo ancora e tutti gli altri, fino ad oggi. E così staremo fino a quando su questo passaggio di Siviglia, a tre metri dal Guadalquivir, non si presenterà qualcuno di diverso, qualcuno che un mugolio più violento di Pedro mi rivelerà essere il mio sventurato successore. Allora lo attirerò verso di me con un sibilo, fingerò raccoglimento nel leggergli la mano e poi su un foglietto sgualcito, in un linguaggio qualsiasi e senza chiedergli nulla in cambio, gli scriverò semplicemente Sposerai un fantasma. E lo avrò avvertito e, allo stesso tempo, lo avrò segnato. Una volta esaurito quest’ultimo ruolo di mediazione tra il mondo degli spiriti e quello degli umani, non saprei dire cosa mi aspetterà. Forse, semplicemente, sarò libera di morire. E dopo. Dopo chissà. Non riesco ad immaginare né una vita né una morte senza di lui, il mio unico compagno. |
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