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Ricordo
con chiarezza quella primavera di piogge fittissime e di referendum abrogativi.
Fu allora che vidi per la prima volta quest’uomo presuntuoso ed eccessivo
che sarebbe arrivato, poi, a fare ciò che ha fatto. Dico lo vidi
perché quella di fugaci sguardi all’incrociarsi fu, di fatto,
l’unica relazione che intrattenemmo; conoscendone il riprovevole costume
di attaccar bottone con tutti coloro che conosceva anche minimamente, mi
defilai con destrezza ogni volta che mi stava per essere presentato. E così
accadde che per circa sei mesi, a Reggio Emilia, frequentammo le stesse
bettole, fummo compagni degli stessi perdigiorno, tenemmo banco (io laconicamente,
lui con inesauribile loquacità) sugli stessi argomenti. Fu attraverso
questo rapporto basato, così si potrebbe dire, sulla transitività,
che venni a conoscere Cosimo Bizzarri e, non lo nego, lo odiai da subito
e con tutte le mie forze.Figlio di quella borghesia dell’intelletto abituata a vivere al di sopra delle proprie capacità economiche, era sempre squattrinato e me lo ricordo sovente mendicando prestiti a destra e a manca. Capitava qualche sera, però, che, arrivando al bar con qualche ragazza, estraesse dalla tasca un portafoglio rigonfio e, con esasperati gesti della mano, cominciasse ad ordinare i cocktails più costosi per sé, per la compagna e per chi capitava a tiro. A nessuno era dato capire dove trovasse il denaro per queste sessioni di sperpero incontrollato. Sarebbe gioco facile, ora che ha fatto ciò che ha fatto, affermare che fosse avvezzo al furto, alla truffa, al raggiro di quei sempliciotti che, spesso, gli gravitavano attorno. Ma non sarebbe la verità. Cosimo Bizzarri non era malvagio e sono convinto non lo sia tuttora. Dovendogli assegnare un posto tra le categorie umane, lo vedrei piuttosto a fianco di quegli incostanti che non sanno mai ciò che vogliono, indefinitamente volubili e narcisi, incapaci di distinguere l’indispensabile dal superfluo. All’osservatore attento qual ero io nei suoi confronti, questa inclinazione all’indecisione e all’inconcludenza risultava evidente dagli aspetti più prosaici della vita che conduceva: la noia che lo prendeva per gli sport, le relazioni che intratteneva con le donne, la maniera contraddittoria con cui si serviva dei soldi. Riguardo a quest’ultimo punto, sono convinto, infatti, che, per mantenere il tenore di vita che certe sue compagnie (figli di veterinari, imprenditori, finanzieri) gli imponevano, si forzasse a risparmiare anche sui beni fondamentali: merendine, lenzuola, matite. Inevitabilmente, però, a settimane di maniacale parsimonia seguivano notti, come quella descritta precedentemente, di scialacquo selvaggio, dissennato. Come se lo aggredisse, ogni tre settimane o giù di lì, il violento bisogno non tanto di essere ricco, quanto di mostrarsi ricco, cosa che sicuramente non giocava e non gioca a suo favore, a maggior ragione se si tiene in conto ciò che poi ha fatto. Mostrarsi ricco, una debolezza imputabile sicuramente al suo carattere ma, come negarlo, anche al clima che stagnava in quegli anni in certe vie di Reggio Emilia, lungo le quali, chi ci vivesse o ci passasse quotidianamente, era costretto ad esibire un certo stile e un certo guardaroba. E, considerando il completo e la cravatta sciupati che il padre di Cosimo Bizzarri, un taciturno professore di filosofia, indossava senza sosta, dal lunedì al venerdì, per trecentosessantacinque giorni all’anno, potremmo concludere che questa di mettere in mostra una condizione socio-economica superiore a quella di appartenenza fosse un’angoscia di famiglia, trasmessa magari a suon di scudisciate. Fatto sta che, in quella primavera di piogge fittissime e referendum abrogativi in cui mi abituai ad incontrarlo, Cosimo Bizzarri aveva già smesso di accompagnarsi ai rampolli della Reggiobene, probabilmente sfiancato dal precipizio che si spalancava ogni sera tra le sue finanze reali e quelle che era costretto ad ostentare. Non fece comunque gesti eclatanti, allontanandosi gradualmente e continuando a mantenere, con quei ragazzi da cui prima si faceva scarrozzare qua e là sulle Mercedes, modi ampollosi e apparentemente benevoli, quelli con cui per tutta la vita ha blandito coloro che ha reputato potenzialmente utili ai suoi traffici, quei modi che me lo rendono insopportabile, persino ora che, dopo tanti anni, sto scrivendo e che lui, ormai, ha fatto ciò che ha fatto. Costituzionalmente incapace di vedersi considerato uno qualunque, prese quindi ad accompagnarsi a certi intellettuali e artisti, ad indossare sciarpe di foggia indiana, a dirsi scrittore e girovago, pur avendo scritto quasi nulla e viaggiato poco. Il primo giorno che lo vidi, che pioveva forte ed ero appena andato a votare, stava fuori dalla merceria dello Svizzero: appoggiato al muro con atteggiamento arrogante e trasandato, teneva un Aperol nella mano destra e aveva addosso un pullover così visibilmente bucato da sembrar vittima più di forbici che di tarme. Pur non adoprandosi personalmente alla fase di pressa del tabacco (era troppo maldestro), fumava ostentatamente marijuana, gettando attorno, nel frattempo, sguardi rapidi e rapaci, nei quali lampeggiava di tanto in tanto una lama di terrore. Imparai più tardi che questo suo atteggiamento tradiva il repentino bisogno di conquistare una femmina, ma, si badi bene, di conquistare non di amare. Belloccio e dalla parlantina allenata, piaceva prima di tutto a se stesso. Non mi ci volle molto per smascherare le occhiate intense che gettava passando davanti ad ogni vetrina: non erano dirette alle merci, bensì, e non riuscivo a capacitarmene senza odiarlo, alla sua immagine, riflessa nel vetro. La cura ossessiva con cui studiava ogni passo, ogni indugiare della mano tra i capelli, faceva breccia, è innegabile, su alcune ragazze del centro, soprattutto, a badarci bene, sulle più giovani, ingenue o bruttine. Le avvicinava non direttamente (non ne aveva e non ne avrebbe mai avuto il coraggio) ma attraverso interposta persona, spesso un amico comune, meglio se il fidanzato di lei. Dunque cominciava a sproloquiare, come suo solito, riguardo a qualsiasi argomento gli capitasse a tiro: cinema, cucina, esoterismo, letteratura. Era uno di quei detestabili figuri che sembrano avere il tempo per occuparsi, miracolosamente, di tutto. A me, che lo ascoltavo da un paio di metri di distanza, risultava ributtante il modo in cui riciclava formule da due soldi, di quelle che si leggono sui giornali locali o si ascoltano alla televisione, nei programmi del mattino. Eppure, per il tacito giubilo del suo narcisismo, era indubbiamente tra gli animatori dei dibattiti, riusciva non so come ad attirare l’attenzione su di sé e a mantenerla, anche, con discreta presenza di spirito. Se ne parlava, a quei tempi, tra via Crispi e via Belfiore, come di un tizio intelligente, alquanto sveglio, mentre, ne sono ancora certo, era e rimane un uomo di intelligenza media e modesto acume, che per i casi della vita è arrivato poi a fare ciò che ha fatto. Aveva, questo non posso negarlo, una certa fantasiosa prontezza che talvolta lo tirava fuori dalle brutte situazioni, di modo che non ne uscisse mai direttamente sconfitto ma, diciamo così, ritirato per sopraggiunto tedio esistenziale. Se, per esempio, si accorgeva di aver intavolato una discussione con qualcuno più ferrato di lui in materia, allora si chiudeva in un silenzio sornione, si stravaccava sulla sedia ed esibiva il più supponente ed annoiato dei sorrisi; stava in difesa, potrei dire, per poi uscirsene ogni cinque minuti con un commento appariscente, esagerato, volto a mettere in ridicolo l’oratore davanti alla platea. E la cosa funzionava, soprattutto tra le femminette del gruppo, che si sganasciavano senza pudore. Io, uditore clandestino, ero preso da conati di rabbia ai loro risolini, ma resistevo impassibile al desiderio di intervenire e infamare lo sbruffone. Facevo male, adesso lo so: se ha potuto fare ciò che ha fatto è solo perché sulla sua strada ha incontrato troppa gente come me, che, per pudore o cinismo, non ha saputo intervenire. Eppure non ci sarebbe voluto molto, forse una decina di minuti, a svelarlo per ciò che era: un professionista, o meglio uno schiavo, dell’eccesso. Ovunque si trovasse non poteva fare a meno, a un certo punto, di sbottare in qualche modo, trasgredendo le norme condivise della situazione, come in preda a un’insopprimibile necessità di definirsi in negativo, stabilendo un differenziale tra sé e ciò che gli stava attorno: l’ho ascoltato bestemmiare in chiesa, atteggiarsi a solitario in mezzo alle baldorie, blaterare in pubblico sconcezze sulla nonna di un amico, disquisire affettatamente di cornici durante la vendemmia a San Martino in Rio. La mia irritazione raggiungeva il culmine quando lo ascoltavo parlare di politica, argomento di cui, era evidente, Cosimo Bizzarri non capiva assolutamente nulla: per esigenze dettate dal suo stile (se mai, poi, ha posseduto uno stile) si atteggiava a moderato e pacifista, ma esplodeva di quando in quando, e lo vedevo perdere totalmente il controllo, in certe invettive, del tutto illogiche, sui furti di bici e sul revisionismo. Io, che a quei tempi avevo nel portafoglio la tessera dei Democratici di Sinistra, sospettavo fortemente che avesse barrato il NO nella scheda del referendum abrogativo e che, se non alle politiche, almeno alle amministrative gli fosse capitato almeno un paio di volte di votare LegaNord o, peggio, Emma Bonino. Era per quei tempi un giovane non troppo alto e dal sedere gonfio. Ossessionato dal culto della propria figura, e bramando in segreto pettorali scolpiti e polpacci nervosi, si applicava caoticamente agli sport: ne cominciava uno, per qualche mese si applicava con costanza ad impararne le tecniche e i segreti, si sedeva al Messicano sproloquiando riguardo alla sua abilità nell’andare a canestro o nel colpire di tacco, quindi, inevitabilmente, superato un certo grado di dimestichezza, si annoiava, cominciava a lamentarsi, infine smetteva. Quest’altalena di passatempi per il fisico gli concesse, perlomeno, di essere un ragazzo massiccio ma di bell’aspetto, cosa che non si direbbe, vedendolo adesso, con la pancia strabordante di vino e di porcherie e il viso segnato da ciò che ha fatto. Delle femmine che circuiva coi suoi discorsi infondati non si sapeva di molte che avessero mantenuto con lui relazioni più intime. E si badi bene: Cosimo Bizzarri non era di quella razza di tombeurs de femmes che è risaputo abbiano più concubine di cui, tuttavia, nessuno conosce il nome, il modo, né la sera, tutt’al più qualche sospetto. Anzi, le rare volte che gli capitò un’avventura impetuosa e notturna, gli bastarono poche ore di smania prima di appressarsi ai bar di Piazza San Prospero, deciso a confidarsi con qualcuno, solitamente i meno avvezzi alla riservatezza. No, sospetto piuttosto che, in accordo al suo carattere, anche in campo amoroso fosse totalmente inconcludente: dava vita a un piano di seduzione verso una ragazza, lo portava avanti per qualche giorno con trasporto, poi sempre più indolente; infine, al momento del dunque, scompariva, dilaniato, ne sono certo, dalle paure e dalle incertezze. Delle tre o quattro, quasi tutte con lo stesso nome, di cui si può dire che furono sue fidanzate, e per periodi superiori alle tre settimane, non riuscì a separarsi mai e alcune ebbero da apostrofarlo violentemente, e in mezzo alla gente, perché smettesse di importunarle. Una di loro, Chiara, e so che il nome non suggerisce molto dato che si chiamava e si chiama come le altre, una volta mi raccontò imbestialita che in quel periodo era solito chiamarla tutti i giorni, confessandole alternativamente che l’amava alla follia, che l’odiava a morte o che doveva porgerle delle scuse. Riguardo alla sua vita sessuale, io l’ho sempre considerato uno che non poteva far altro che cilecca, ma c’è stata anche chi, non si sa se per ridere o sul serio, l’ha dipinto come un amante impagabile, appassionato. Ebbi, non lo nego, anche qualche perplessità riguardo ai suoi gusti, soprattutto in un periodo in cui se ne andava in giro con una sciarpa rosa e lo si vedeva spesso al cinema e nei locali con un amico, sempre lo stesso, certo Federico Salsi detto Pippo; in effetti, mostrava in determinate situazioni un’isteria tipicamente femminile (che dava sui nervi a quelli della mia indole) e non si può negare che attirasse su di sé gli sguardi interessati di compagnie di risaputa maggioranza omosessuale. Ma continuare con questo genere di insinuazioni non è nel mio stile, anche perché di materia per parlare male di lui, e per odiarlo, c’è n’è a iosa, e senza tenere in conto ciò che poi ha fatto. Restando nella sfera degli affetti, nonostante il suo deplorevole modo di fare, non si può dire che fosse malvoluto. Non mancava, certo, chi lo dipingeva come un egoista, un profittatore, un laido che meglio perderlo che trovarlo, anzi meglio evitarlo del tutto e da subito, per non cader vittima, inconsciamente, della sua verbosità mielosa, da cui era difficile, dopo, districarsi. Ma, di fatto, la simpatia di cui dava sfoggio, specie se resa effervescente da qualche bicchiere di lambrusco, lo rendeva un interlocutore bene accetto e addirittura richiesto. E pure le compagnie di amici lo accoglievano volentieri. Era lui, piuttosto, a fuggirne. Perseguitato dal desiderio incontentabile di trovarsi al centro dell’attenzione, sono sicuro non reggesse il clima di mutua considerazione e rispetto che si diffonde tra gli amici di vecchia data. Quando, insomma, notava che l’epicentro delle attenzioni andava allontanandosi dalla sua persona, provava un subitaneo orrore e prendeva a cercare altra gente. Aveva due o tre buoni amici, che io ricordi, che non so come lo sopportassero, dato che dei loro segreti e confessioni più intime si serviva in pubblico, in mancanza di altri argomenti, per creare ridicolo. Dedito com’era all’esagerazione e all’inseguimento del mito di se stesso, non avrebbe comunque mai saputo farsi carico delle responsabilità di un’amicizia: dal primo dei suoi amici fu, di fatto, dichiarato tecnicamente morto qualche anno dopo, quando si scoprì che da settimane tentava di sedurne telefonicamente la fidanzata, pur senza esserne minimamente interessato. Non era in grado, insomma, di accettare l’onta di trascorrere una vita normale. Eppure non aveva né i mezzi né la tenacia per imbarcarsi in qualcosa di straordinario. Saltava così (e quasi penosamente per me che lo vedevo e ne sentivo parlare) di palo in frasca, senza mai riuscire a fermarsi e viene da rammaricarsene ancor di più adesso, considerando che ha fatto ciò che ha fatto. In quella primavera di piogge fittissime e referendum abrogativi in cui l’ho conosciuto, andava in giro dicendo che era lì lì per finire l’università, solo gli rimaneva da scrivere la tesi, di cui ripeteva a tutti titolo e argomento, qualcosa di assolutamente campato per aria che il mio cervello si è rifiutato di memorizzare e trascinarsi dietro fino ad oggi. Sforzandosi di apparire modesto e risultando invece ancora più borioso, diceva che la sua facoltà aveva perso prestigio dal momento in cui Umberto Eco, il fondatore, l’aveva abbandonata a se stessa. Per qualche mese riuscì ad attirare l’attenzione di qualcuno straparlando riguardo a certi filosofi dell’avanguardia francese le cui teorie sarebbero rientrate nel suo lavoro, poi, da un giorno all’altro, non se ne seppe più nulla, né di Eco, né dei francesi, né della laurea. E, vanesio com’era, non era il tipo da passare sotto silenzio certi successi professionali, da che deduco che non si sia mai laureato o, più probabilmente, che nemmeno fosse iscritto all’università. Semplicemente, questa scusa gli serviva per ingannare i suoi genitori (ma chissà, forse loro sapevano) e per persuadere la gente riguardo alla serietà delle sue attività e dei suoi propositi. Continuava invece a ciondolare indisturbato, tra Bologna, Vicolo Mozzo e il quartiere di San Pellegrino. Ma non era un bighellone inerte, disossato, passivo. E questo me lo rende ancora più ripugnante, soprattutto ora che ha fatto ciò che ha fatto. Era superbamente convinto di riunire in sé un ricettacolo di virtù e insolite abilità che gli avrebbero concesso di distinguersi in qualsiasi impresa che avesse imbastito. Il marcio macinio del suo cervello non faceva che dar vita a trovate e propositi, di cui la metà irrealizzabili o assolutamente disorganici, del tutto sconclusionati. L’altra metà, devo ammetterlo, era costituita da progetti in qualche modo coerenti, che io stesso, talvolta, consideravo arguti, mentre li ascoltavo dando le spalle al mascalzone. Così arguti da farmi sospettare che non fossero farina del suo sacco. Suoi o no, comunque, non trovavano quasi mai esito: fatuo anche nella vita intellettuale, una volta elaborata un’idea, non aveva la forza di portarla a termine. Confrontato alla necessità, in qualsiasi impresa della vita, di acquisire un minimo bagaglio di conoscenze tecniche, opponeva uno spaventato rifiuto, negandosi a qualsiasi sforzo che gli richiedesse ripetizione e costanza. Si conformava col tentare di abbindolare qualche giovane esperto che, in cambio di fama e futura sicurezza economica, si accollasse tutto il lavoro artigianale. E talvolta questo genere di abbindolamento (questo se possibile me lo fa odiare ancora di più) gli riusciva ed era allora che i suoi progetti prendevano corpo e andavano avanti, senza che lui, a dire il vero, dovesse sforzarsi eccessivamente. Nel breve volgere di tempo in cui fummo, pur senza rivolgerci mai la parola, a stretto contatto fu, in rapida successione: teatrante, disegnatore, attore di cinema, chitarrista e cantautore, scrittore di romanzi, deejay, interprete e traduttore in lingua spagnola, fotografo, poeta, organizzatore di feste, giornalista sportivo, barista, pubblicitario, studioso di scienze impossibili. Riviste, annuari, lettere, atti di processi testimoniano questa sua fantasmagorica e inconcludente attività in cui non sfigurò e non primeggiò mai. Tutto ciò gli concesse di sopravvivere, benvoluto dai più, inseguito e straziato dal proprio narcisismo e dalle proprie incertezze. La prima volta che lo incontrai, tanti anni fa, era una primavera di piogge fittissime e referendum abrogativi, e provai immediatamente una istintiva repulsione nei confronti di quella persona. Passato tanto tempo, e avendo Cosimo Bizzarri fatto ciò che ha fatto, io posso dire di odiarlo dal profondo dell’anima, come mai, in vita mia, ho odiato nessun uomo. |
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