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| Titolo:
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Il
posto di Vitto |
Autore: |
Gaucho |
Breve
premessa dell’autore
Questo racconto è stato realizzato con il fine di partecipare
al concorso letterario Remida che ha come argomento il riciclaggio creativo.
Originariamente, avrei voluto segnasse, nella mia biografia di autore, il
momento dell’avvenuta presa di coscienza dei compromessi e degli obblighi
dello scrivere su commissione.
Fatto sta che il racconto mi è uscito più lungo, molto più
lungo dei limiti massimi richiesti dagli ideatori del concorso; dunque mi
sono adoperato, per un paio di mattine almeno, a stagliuzzarlo e comprimerlo,
sennonché ogni volta mi sembrava stesse perdendo qualcosa del suo
carattere, come se a Elvis Presley si fosse scolpita una pettinatura nuova
omettendo colpevolmente il ciuffo.
Infine, l’ho lasciato così com’era e ho buttato nella
raccolta della carta (almeno quello) il bando del concorso. Ciò che
si legge qui di seguito segna dunque, e con orgoglio, il mio essere scrittore
discontinuo, distratto, assolutamente immaturo.
Il posto di Vitto
(un racconto di legno)
Vitto atterra con un tonfo
su Via de’ Mugnai. E’ un salto da farsi male alle giunture,
ma Vitto non è uno da lagnarsi. Infatti non si lagna. Dà
solo un’occhiata in alto, al muro che ha scavalcato per la prima
volta cinque minuti fa. Un muro che una volta che l’hai passato
ti trovi in quel posto là. Un muro facile da salirci, facile da
scenderci. Anche quel ciccione di Ernesto ce la può fare. Questa
è una cosa da raccontare, pensa Vitto. Allora si tira su e comincia
a correre, con le gambe che saltan fuori come stecchi dai bermuda. Questa
senza dubbio è una cosa da raccontare. E allora giù a perdifiato
verso la Fossa, perché bisogna che tutti lo sappiano e bisogna
che a dirlo sia lui.
Alla Fossa sono in quattro gatti, e sparpagliati perlopiù, come
spesso accade la domenica. Mino legge un fumetto seduto sotto al tiglio.
Geko e Chris, appoggiati alla ringhiera, chiacchierano fiacchi, ogni tanto
uno dà uno scappellotto a quell’altro, ma è uno scappellotto
inerte: nessuno ha voglia di fare a pugni sul serio. Il cigolio che si
sente è quella della bici di Laura che come al solito sarà
lì, dietro la siepe della signora Gianna, a compiere sull’asfalto
circoli ripetitivi e apparentemente senza scopo.
Vitto è ancora senza fiato per la corsa: “Oh, Mino, dove
son gli altri?”. Mino non stacca gli occhi dal suo fumetto: “Boh”.
“Dai, Mino, dove son gli altri?”. “Non lo so”.
Allora Vitto gira sulle sue gambe di stecco e si mette a gridare: “Ragazzi,
venite tutti qua. Geko! Chris! Venite qua! C’ho una cosa da raccontarvi.
Laura! Laura!”. Geko e Chris si avvicinano indolenti, come chi non
ha niente di meglio da fare; Geko tira un calcio nel sedere a Chris e
quello si mette a ridere.
“Cosa c’è, Vitto?”.
“Adesso vi spiego”.
Dopo un po’, arriva anche Laura, con la bici che compie ampie sinusoidi
sull’asfalto, da un lato all’altro della Fossa.
“Oh, c’ho una cosa da farvi vedere”, dice Vitto, al
centro di un compasso di pubblico il cui ago sono le sue gambe, stecchi
che spuntano dai bermuda.
“Vai, tirala fuori”, fa Chris.
“No, non è mica una cosa da tirar fuori”.
“Ah no? E allora cos’è?”
“E’ un posto”, continua a indugiare Vitto, forte del
prestigio che gli viene dalla sua scoperta.
“Va beh, e allora?”,chiede Mino.
“Allora raccattate su gli altri che vi porto a vederlo”.
“Gli altri chi?”, domanda Chris, molle.
“Gli altri gli altri, dai! Puma, Rino, la Maria, Feca, la Betti,
Ernesto. Gli altri gli altri!”.
Laura indugia, un po’
staccata dagli altri, descrivendo ampie sinusoidi da un marciapiede all’altro
di Via de’Mugnai, come se così pretendesse di cancellare
le tracce dei compagni, che la precedono. Più avanti, la compagnia
è sgangherata. Geko e Chris han coinvolto Rino nel loro gioco di
scappellotti indolori e ora lo bersagliano a turno, finché quello,
infastidito, non cambia lato della strada. Il Feca non è mica venuto:
è dalla nonna a mangiare le lasagne. Mino va con Puma, e si bisbigliano
cose segrete, quasi sicuramente riguardanti il loro traffico di figurine.
Ernesto, sulla sua Graziella tutta sfondata, pedala senza grazia a fianco
dei compagni appiedati; ogni dieci metri perde l’equilibrio e mette
un piede giù, perché in bici è più facile
andar forte che piano. La Maria, anche lei è venuta in bici, e
carica sul sedile dietro la sua cuginetta, la Betti, che però all’improvviso
salta giù e corre verso Vitto. Vitto apre la marcia, capospedizione
ossuto ma orgoglioso. Ora la Betti comincia a saltellargli attorno: è
l’unica veramente eccitata dalla scoperta di Vitto e dal mistero
che ammanta quel nuovo posto di potenzialità straordinarie, quasi
paurose. “Vitto, ma dov’è che andiamo?”. “Vedrai,
Betti, vedrai”. “Vitto, me lo dici adesso?”. “Porta
pazienza, Betti, ci siamo quasi”, dice Vitto. E non gira neanche
lo sguardo verso di lei, assumendo il piglio serio e paterno che gli spetta,
dati i quattro anni che lo separano dalla Betti. Comunque Vitto non mente:
sono arrivati per davvero. Lì sta il muro.Vitto si ferma e alla
spicciolata arrivano tutti gli altri. Mino e Puma, persi nei loro contrabbandi,
non si accorgono che la comitiva si è bloccata e bisogna richiamarli,
sennò a forza di bisbigli arrivano a Riva Bassa.
Ora stanno tutti lì, di fronte al muro.
“Adesso c’è da scavalcare”, dice Vitto. “Vado
io”, dice Rino. Ma la Betti è già montata su un bidone
della spazzatura, lì vicino, e sgambetta nel tentativo di passare
per prima. Tutti cominciano a salire: alcuni seguono Vitto, che sembra
conosca una maniera comoda per scavalcare; altri, con l’appoggio
di una grondaia o di una sporgenza nel cemento, disegnano scalate alternative
e solitarie. Ernesto, a terra, borbotta: ora si avvicina alla cordata
che si è creata dietro Vitto, ora al bidone della spazzatura, ora
si muove di dieci metri in su e in giù sulla strada, ma alla fine
non si decide a attaccare l’arrampicata. Vitto, che si sente responsabile
dell’esito della spedizione e della salute dei suoi uomini, torna
giù, lo incoraggia, prova a fargli piedino, quindi regge il suo
culone mentre quello cerca di guadagnare la sommità del bidone
della spazzatura. Ma niente. Alla fine, a Vitto viene un’idea. Apre
il bidone, tira fuori tutti i sacchetti di plastica e così come
sono, stracolmi e rotondi, li ammassa accanto al muro. Ora Ernesto ha
una scala comoda per raggiungere la cima. E per scendere, più tardi.
Poi rimetteranno tutti i sacchetti al loro posto, nel bidone.
Le gambe a stecco scalciano
nel vuoto, cercando gradini invisibili. Vitto, che si sente un generale
fiero ed esperto, finisce che è l’ultimo a passare la sommità
del muro. E lì sta il posto.
E’ uno spiazzo bello grosso che, per intenderci, ci si potrebbe
giocare tranquillamente a bandiera. Ma il bello è che in mezzo
a questo spiazzo c’è come una vasca, di acciaio blu, ma una
vasca immensa che se ci fosse dell’acqua dentro ci si farebbe il
bagno in una trentina. Ma dentro non c’è l’acqua, c’è
il legno: cassette, trucioli, ricci, cioppi, segatura. Mai visto tanto
legno così tutto assieme, tranne nel bosco di Pulciano, che ci
si andava con Don Ennio, da più piccolini. E tutto questo legno
non sta solo nella vasca, c’è n’è anche dell’altro,
ammucchiato in collinette sparse qua e là nello spiazzo. E dai:
altri ceppi, travi, bastoni. Al limitare dello spiazzo sta un gabbiotto
in cemento armato, con le finestre socchiuse. Tutto qui.
Vitto è contento. Quel mattino lì, andando verso la Fossa,
gli ha preso il capriccio di scoprire cosa c’è dietro a quel
muro lungo lungo che costeggia tutta Via de’ Mugnai. Ha scavalcato
ed ecco lì lo spiazzo: un campo giochi da far arrossire d‘invidia
quelli di Borgaro. E adesso ci ha portato tutti i suoi amici della Fossa:
Puma, Geko, Chris, la Betti, Mino, Rino, Laura, la Maria e Ernesto il
ciccione. Feca no perché è andato a mangiar lasagne da sua
nonna. Non per fare il gradasso, però quella scoperta lì
è proprio merito suo. Insomma, si aspetterebbe un ringraziamento,
delle congratulazioni. Invece gli altri stanno immobili, con le mani in
tasca.
“E adesso?”, dice Rino.
“Adesso cosa?”, chiede Vitto indispettito.
Silenzio.
“Non è che sia poi ‘sto gran posto..”, aggiunge
Mino.
Vitto proprio non se l‘aspettava. “Ma come?”, comincia
a dire, indeciso se scusarsi, spiegarsi, mandare tutti a quel paese. Sente
il sangue salirgli alle tempie ed è lì lì per fare
qualcosa. Se non fosse che l’attenzione di tutti si concentra improvvisamente
sulla Betti, la più piccolina. Trovato un ceppo cilindrico e ben
levigato, lungo circa un metro e di una ventina di centimetri di diametro,
l’ha steso per terra e ora prova a correrci sopra, restando in equilibrio
mentre quello gira. E’ brava, la Betti: così piccolina, non
perde quasi mai l’equilibrio. A Rino vien voglia di provare. “Oh,
mi fai provare?”. La Betti non dice niente e scende dal ceppo. Rino
ci monta su ma non è tanto capace, per poco non casca all’indietro.
Intanto, Geko ha rinvenuto da un mucchio un’asta, forse proveniente
da una vecchia libreria, che somiglia in tutto per tutto a una spada;
con questa si avvicina di soppiatto a Chris e gli dà un colpetto
sulla nuca, quello si volta ridendo, corre verso la vasca blu, in quattro
e quattr’otto ne estrae uno spadino di faggio; comincia il duello.
A un’estremità dello spiazzo, Puma e Mino si danno da fare
a sfilare un’asse bella larga da sotto un mucchio di trucioli; quando
ce l‘hanno di fronte, cominciano a parlottare tra loro, forse progettano
la costruzione di una capanna che possa occultare i loro scambi agli occhi
dei più. Laura, seduta su un ceppo in un angolo, posa le mani su
una sfera di legno spuntata chissà dove e chiude gli occhi, come
se in quella palla sapesse vedere il futuro, un futuro segnato quasi certamente
da tragitti sinusoidali e intangibili. E così via. Ognuno, nel
giro di pochi minuti, ha trovato tra quei cumuli di legname strani aggeggi,
nuovi pretesti: archi ricurvi, ruote, stampelle, scudi, scivoli improvvisati,
totem, statuette ed omini, chitarre e tamburi, idoli di ogni forma e grandezza.
Vitto, deluso dall’iniziale insuccesso del suo posto, improvvisamente
rinviene: è l’unico a non aver ancora cominciato a giocare
e ha solo l’imbarazzo della scelta. Alla fine, entusiasta, si dirige
verso il vascone centrale, ne pesca una scimitarra spuntata ma all’apparenza
efficace. Con un urlo di gioia salta giù e, gracile e risoluto,
si intromette tra i duellanti, Geko e Chris. Quelli, sghignazzando, gli
saltano addosso. Il gioco continua.
E’ bello, il posto di
Vitto. Quelli della Fossa se la passano da dio e lo spiazzo si è
riempito di un vociare allegro di battaglie di legno, rimestare di trucioli,
chiacchiere di architetti. I giochi si avvicendano: alcuni si esauriscono
nel giro di un minuto e i corrispondenti pezzi di legno giacciono di nuovo
nel vascone: inerti, svuotati di funzione. Altri, invece, non finiscono
mai: vengono messi da parte ma poi, ad intervalli irregolari, qualcuno
li riporta in voga e tutti tornano a partecipare, sganasciandosi come
si fa con le cose che ritornano ossessivamente, che più ritornano
più fan ridere.
Ma nello spiazzo non è che si giochi solamente. Ernesto e la Betti,
che fino a oggi si eran rivolti la parola sì e no un paio di volte,
hanno stretto una singolare alleanza con l’obiettivo di rimediare
ai propri difetti fisici. E’ un’ora che setacciano tutte le
collinette di legname. Prima hanno cercato quattro piccoli parallelepipedi
di ugual misura che lei possa appiccicare sotto le gambe della sedia su
cui pranza: è bassina, arriva a malapena al tavolo e i suoi fratelli
la prendono in giro. Poi si sono dati da fare per rimediare un’asse
bella grossa su cui Ernesto, sdraiato, possa fare esercizi di ginnastica:
addominali, flessioni, dorsali; Ernesto dice che se ha la pancia è
solo perché gli manca un asse su cui far ginnastica e il pavimento
di casa è troppo freddo per stendercisi. La Betti non ci crede
ma lo aiuta comunque, e non fa commenti.
Puma e Mino han già tirato su due pareti della loro capanna: probabilmente
gli ci vorrà ancora qualche giorno per vederla completa, ma dopo
il loro contrabbando sarà al sicuro.
Rino, tutto imbrattato di segatura, si protegge con lo scudo dall’ultima
stoccata della Maria, poi si avvicina al muro: “Oh, ragazzi, io
vado. Ci vediamo qua domani pomeriggio?”. A tutti sembra ovvio di
sì, non c’era neanche bisogno di dirlo. “Alle due e
mezza”, sentenzia definitivamente Vitto, e già ricomincerebbe
la cagnara, se non fosse che in quel momento lì si sente un rumore
che proviene dal gabbiotto. Infatti si è aperta una persiana e
dalla finestra spuntano una testa e due occhi. Arriva un grido, minaccioso,
poi la testa scompare dalla finestra. Un attimo dopo la porta del gabbiotto
si apre e un tizio viene verso il centro dello spiazzo: porta un paio
di jeans e un maglione che gli fa due spalle enormi, è calvo a
parte una sottile striscia di capelli grigi che gli copre la nuca e la
zona sopra le orecchie. “Ehi tu”, dice avvicinandosi a Geko,
ma quello in men che non si dica è corso via, verso un angolo dello
spiazzo. E così stanno facendo anche tutti gli altri, che se la
danno a gambe con finta noncuranza. L’ unica a non muoversi è
Laura, che seduta sul ceppo continua a consultare la sua sfera. La Betti,
invece, si è avvicinata a Vitto con l’intenzione di dargli
man forte: il posto l’ha suggerito lui e a lui tocca affrontare
il burbero. Infatti il tizio, per mancanza di alternative, si rivolge
proprio a Vitto: “Cosa fate qui? Qui non si può mica giocare,
lo sai?”. Vitto sta zitto, la scimitarra di legno che gli pende
spuntata e ricurva sulla gamba destra. “Lo vedi il cartello?“.
E indica qualcosa sopra il gabbiotto. In effetti c’è un cartello
di legno, Vitto non l’aveva notato. Sopra sta scritto a vernice
rossa: Centro Riciclaggio Legno. “Non siamo mica in un parco giochi.
- continua il tizio - Qui ci lavorano i grandi, sai? Ci scaricano il legno
da buttare e lo riutilizzano. Non è mica uno scherzo, sai? Avanti,
andate via”. Poi fa una pausa. “Non si può mica giocare
qua”. E ancora: “Dovete andar via”.
Vitto l’ha ascoltato attentamente e continua a star fermo, senza
reagire. Poi, con gesto improvviso e risoluto, impugna la scimitarra e
la punta minacciosamente contro il tizio: “Dunque, come ti chiami
te, signore?”. Il tizio, preso alla sprovvista, risponde: “Sono
Wainer, il custode”. “Bene, signor Wainer – continua
Vitto con tono risoluto - allora ascoltami bene: questo è il mio
posto, l’ho trovato io, c’ho portato i miei amici, a noi piace.
Tutto questo legno: potrebbe sembrare che non c’è molto da
divertirsi invece se ci badi ogni pezzo serve a qualcosa, a modo suo fa
un po’ ridere. Insomma, noi restiamo qua. Se te sei d’accordo,
bene. Altrimenti chiamo i miei amici con le altre spade e ti diamo una
lezione che non te la scordi, giuro”.
C’è di nuovo silenzio. Vitto ha fatto un gran discorso, infatti
lentamente tutti gli altri si avvicinano ad armi spianate: Geko, Chris,
Rino che se ne stava andando, la Maria, Puma e Mino, Ernesto con la sua
asse per far ginnastica. Laura, ancora in disparte, probabilmente anche
lei sta partecipando, a modo suo. La Betti, invece, è in prima
fila e agita minacciosa verso il custode quello che in passato sembra
essere stato il pomello di una porta. Vitto è orgoglioso di quelli
della Fossa: ecco come si lotta per un bel posto. Il custode è
circondato.
“Certo, non potrebbero giocarci qui. – comincia a riflettere
il signor Wainer, che a forza di star da solo è diventato un gran
pensatore – E’il Centro Riciclaggio Legname del Comune e mica
un parco giochi. Ma d’altra parte cosa gli si potrebbe rimproverare?
Non fanno che riutilizzare anche loro qualche ceppo di legno, prima che
venga riciclato dagli adulti. Anzi, si può dire che il loro sia
un riciclo nel riciclo”. A questo punto al Signor Wainer esce un
ghigno compiaciuto che spaventa i ragazzi: anche la Betti, impavida un
attimo prima, fa un passo indietro. E’ che ha sempre avuto una passione
per tutti i grattacapi in cui qualcosa si rintana dentro a qualcos’altro,
dischiudendo uno spazio infinito dentro a forme che parevano ben delimitate,
circoscritte, come succede per le matrioske. “Ma sì, non
è molto diverso dalla storia delle matrioske. – continua
a riflettere – Anche qui nello spiazzo, uno spazio tra l’uso
e il riciclo ufficiale, si aprono nuove possibilità di uso e riciclo,
i giochi dei ragazzi. E se anche quella bimbetta dovesse scordarsi in
tasca quel pomello, bene, magari lo troverà per caso suo babbo
e tornerà utile per qualche restauro domestico. E allora dentro
alle nuove possibilità di uso e riciclo se ne saranno aperte altre,
ancora nuove, ancora utili. E così via. E’ infinito: come
mettersi a contare i numeri tra 0 e 1.”
Nello spiazzo è un bel po’ che c’è un gran silenzio
e quelli della Fossa trattengono il respiro, soprattutto da quando il
custode ha ghignato.
“E allora?”, sbotta infine Vitto, che nonostante gli sforzi
gli trema la voce.
C’è ancora un attimo di silenzio, poi il signor Wainer risponde:
“Avete vinto. Il posto è vostro, ma a una condizione, d’accordo?”.
Tutti sono così increduli e sollevati dal fatto di averla avuta
vinta che assentono senza nemmeno pensarci: “Sì, sì.
Va bene”. Anche Vitto è d’accordo e proclama solenne:
“Sì, è vero, una condizione ti spetta”. “Bene
– dice Wainer – allora facciamo che in questo posto ci fate
quel che vi pare, ma solo di domenica, va bene?”. Vitto valuta la
faccenda: in fondo è un compromesso ragionevole, il resto dei giorni
resteranno alla Fossa, che comunque ci sono affezionati e non la lascerebbero
per niente al mondo. “Va bene”, sbotta alla fine. “E
allora abbassate le armi, per piacere”, li prega il signor Wainer.
Vitto si accorge che erano ancora tutti lì, ad armi spianate, quasi
se ne vergogna e abbassa contemporaneamente il capo e la scimitarra. Così
fanno tutti gli altri, e l’impeto dell’attacco, trattenuto
per lunghi minuti, si affievolisce, rientra.
Quelli della Fossa hanno vinto. Il posto è loro. Vorrebbero parlarne,
commentare tra loro il trionfo, scaricare la paura che gli ha tenuto quei
pezzi di legno inchiodati alle mani, ma non possono, finché il
signor Wainer resta lì: ci vuole contegno. Inaspettatamente, è
Laura a rompere gli indugi: “E’ tardi”, dice solamente,
e comincia a scalare il muro di cinta. Lentamente, come in una processione
che riparte dopo una prolungata stazione, gli altri le vanno dietro: la
Maria, Chris, Puma, Mino, Ernesto spinto su da Rino e Geko. Prima di avviarsi,
Vitto si rivolge ancora al custode: “Allora d’accordo?”.
“Allora d’accordo”, annuisce quello, poi aggiunge rivolto
alla Betti: “Ehi, bambina, e quel pomello, te lo porti a casa?”.
La Betti nemmeno si è accorta di averlo ancora in mano, il pomello;
presa di sprovvista, borbotta qualcosa come delle scuse e fa per porgerlo
al Signor Wainer. “Non importa – dice lui – magari a
casa ti verrà utile”. La Betti si infila il pomello in tasca
e attacca la scalata. Due minuti dopo, è di là dal muro,
e Vitto un attimo dopo di lei, con le sue gambe di stecco. Via de’Mugnai
è già un cianciare di racconti esagerati, pacche sulle spalle,
vicendevoli congratulazioni.
Nello spiazzo ormai deserto, il Signor Wainer si dirige verso il suo gabbiotto.
Pensa per un attimo al pomello e gli viene da sorridere. Ma quasi subito
riprende a rimuginare riguardo alle matrioske e a tutto l’infinito
che sta nascosto negli spazi finiti. E’ così che passa le
sue domeniche, il Signor Wainer, al Centro Riciclaggio Legno del Comune.
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