ASCESA E DECLINO DI LAZZARO, BALLERINO DEL REDONDEL

 

 

A tutti i gatti

del mio quartiere

 

I.

 

La grondaia è ammaccata e color rame. Se la segui, fa una curva brusca, poi schizza dritta verso l’alto, diretta al campanile della chiesa. Nel suo cammino rossastro, incontra il davanzale della perpetua, bersaglio favorito per le cacche dei piccioni del quartiere, sempre in cerca di briciole. Poi si insinua tra due mattoni rotti e alla fine esplode, sdoppiandosi a T, nel tetto. Sul tetto c’è, ancora per poco, Lazzaro.

Tegole accatastate attorno al comignolo gelido. Lì attorno cartacce e fame, troppa fame. Fame di pesce e di termosifoni, fame che prende il tuo stomaco di gatto randagio e te lo stritola, te lo attorciglia. Soffrir d’amore, tutti lo possono testimoniare, è una condanna terrificante, vien da piangere e da spaccare. Ma aver fame è peggio, è molto peggio.

 

Lazzaro sa che sta per morire. Uno non ci pensa neanche e le poche volte che ci pensa si convince che quando arriva, arriva d’improvviso.

Invece no. D’improvviso il cacchio. Lazzaro lo sa perfettamente che stavolta chiude gli occhi per sempre: lo sanno le sue pupille bagnate, dilatate, dove il muco si raggruma come un dispetto; lo sanno le sue orecchie crepate, che le campane di San Roman hanno limato giorno per giorno (gli dei degli uomini sono puntuali, ossessivi, noiosi).

Guarda il suo pelo nero e rado, stropicciato dal freddo, sfilacciato dalla pioggia. Dovrebbe darsi una lavata, è importante presentarsi alla morte con lo smoking stirato. Però ha la lingua secca perché ci passa acqua di rado e quando ci passa è sporca: acqua di pioggia, acqua di topo. E poi gli mancano le forze: è tutto indolenzito e molto stanco.

Le zampe davanti. Per ora si laverà le zampe davanti, il resto tra un poco.

Ce l’avrà poi un poco? Un poco per lavarsi anche il resto del corpo? O comincerà a decomporsi prima di quel poco e si vedrà il suo corpo fetido marcire con le zampe anteriori misteriosamente brillanti, come quelle dei gatti caldi?

E quant’è, poi, un poco? Il poco che gli era mancato una volta per raggiungere un’asse, quadrata e mai vista prima, era stato un poco ripido e prospettico. Il poco che gli restava da aspettare un giorno sì e un giorno no prima che Conchi si affacciasse alla finestra era un poco implorante e sapeva di lardo. Ma il poco che ti rimane da vivere, quello è un poco strano: ci resti attaccato con le grinfie, perché è scivoloso, ma sembra anche lento ed interminabile, mentre tu te lo aspettavi improvviso. Improvviso il cacchio.

Salvami ora.

O fammi morire.

 

Solleva dunque la zampa destra e fa’ per chinare un poco la testa e leccarla. La sua zampa ha una macchia bianca, tutte e due le sue zampe hanno una macchia bianca. Da sempre.

Le guarda, le due macchie bianche sulle zampe davanti, poi alza un baffo ed un lembo sghembo di bocca.

Si sente bello, con quell’errore sugli arti davanti, con quel getto di latte finito per caso nella pece del progetto del suo corpo. Come se fin dall’inizio, senza ancora un destino e un’identità, avesse deciso che lui, con la vita, ci avrebbe danzato il tip tap. Come se fin dall’inizio, a colloquio col dio dei gatti (che alcuni sostengono essere lo stesso di quello dei papaveri) avesse tramato tra sé e sé un’alternativa: uscire dal quadrato di rintocchi che gli sarebbe stato assegnato come destino e andare in cerca di un altro quadrato. Il suo quadrato.

 

 

II.

 

Quell’asse. Quadrata.

Lui nemmeno l’aveva notata. Fu, ad attirarlo, un barbaglio di luce proveniente da un ramo della tuia. Che cos’era? Una goccia, un coccio di specchio? O ploccio di bava d’insetti? O un nuovo minuscolo volatile di piume d’ambra? O resina, solo, e sarebbe rimasto deluso? O, ancora, il mistero di un diamante incastrato a tre aghi di foglie, che una gazza pentita ha lasciato a pendere, come un’anomalia?

Lui nemmeno l’aveva notata, l’asse. Fu quel segreto barbaglio a fargli decidere di lasciare a straziarsi nella ghiaia quel busto di piccione morente, a cui una zampa aveva mozzato, così, per giocare. Si era dunque arrotato verso la tuia, cercando la crosta più ruvida da arrampicare per raggiungere il barbaglio. Non fu questione lunga: la corteccia era buona da montarci sopra e in due balzi era quasi arrivato al ramo da cui qualcosa di misterioso lo fissava, qualcosa di luce, qualcosa con una coda di luce, un diamante, sperava, abbandonato da una gazza con troppo peso nel becco, troppo peso nel cuore. Eppure lì, a pochi metri dal bagliore, si era accorto di quell’asse, quadrata. Quell’asse, di sghembo, qualche metro più in alto del barbaglio, sulla destra: esattamente quadrata e liscia, ultimo avamposto del curioso sistema di tubi di ferro (impalcature) che gli uomini avevano imbastito per raggiungere il tetto. Da settimane, oramai, procedevano sgraziati lassù, bestemmiando, sbattendo calcinacci, inciampando nelle tegole su cui lui, invece, scivolava, come su una moquette di lava profumata. Perché lui, Lazzaro, lui era un gatto, e perdiana che gatto. Persino Coda Mozza, insolito, come ogni capo che si rispetti, all’interesse verso qualcuno in particolare, aveva cominciato ad ammiccare coi baffi, compiaciuto, al momento del suo passaggio rapido e impalpabile su qualche tetto o grondaia, o lungo il perimetro di qualche anomalo abbaino.

Ma ora: quell’asse. Esattamente quadrata e liscia. Un palcoscenico. Lazzaro, con la distratta condotta che contraddistingue i gatti e, sostengono alcuni, i papaveri, dimenticò il bagliore sul ramo. Diresse il suo balzellare fluido verso l’asse, fissa a trenta piedi da terra, metafisica manifestazione di una velleità tipicamente umana: sopperire con l’ingegno a una costitutiva goffagine.

Messo piede sul legno liscio, sentì come un brivido attraversargli la coda.

Premonizione, l’avrebbe messo in guardia Coda Mozza, se fosse stato lì.

Ispirazione, pensò Lazzaro.

Gli venne voglia di fare una piroetta. E la fece. Gli venne voglia di fare un salto. E lo fece.

Prese dunque a danzare, come mai, gli va dato merito, alcuno aveva danzato al Redondel. Il vaso di papaveri di Tarik, dall’altra parte del cortile, fu attraversato da un respiro di vento. Quello delle bocche di leone, poco a fianco, misteriosamente no. Alla perpetua, che due davanzali più sotto spargeva briciole per gli amici uccellini, salì un’improvvisa voglia di accendersi una sigaretta, cosa strana dato che non aveva mai fumato in vita sua; trovò una vecchia Gitanes nella credenza e al primo tiro il mondo le parve girare al ritmo di mazurka.

Lazzaro, nel frattempo, continuava a ballare. 

 

Dopo.

Dopo era sembrato tutto naturale.

Naturale, cioè, che dedicasse tutta la notte a ballare sulla sua asse. Balli che nessuno gli aveva mai insegnato, ma poco importava. Era bravo, se lo sentiva negli stinchi, che danzava da dio.
Naturale, ancora naturale, che il giorno successivo sfruttasse l’invasione ingombrante dei tozzi muratori per scendere a terra e procurarsi un po’ di cibo, bestiole da cantina. Per poi risalire, nel momento in cui cala il sole, verso la sua asse, ora sgombra e liscia come certi silenzi, che anche se ti ci trovi in mezzo non imbarazzano.

L’asse. Di velluto, sembrava, vista da lontano, o dall’alto, come la scorgevano gli esseri alati e Coda Mozza. O almeno così piaceva immaginare a Lazzaro: che Coda Mozza avesse una prospettiva totale del Redondel, che potesse ammirare il cortile dal punto di vista degli uccelli, delle mongolfiere alate che ne attraversavano il quadrato di cielo, ma anche da quello del vaso di bocche di leone di Tarik, da quello dei topastri che spiavano dalle fenditure del selciato e, perché no, dagli occhi della perpetua e (a questo punto gli veniva di solito un inspiegato capogiro) dai suoi. Da capogiro, pensare a qualcuno che veda coi tuoi occhi. Coda Mozza, si diceva Lazzaro, in ogni istante sa a quale cornicione punti, conosce la mosca che insegui con gli occhi pigri, la vede anche lui, la scruta con te. Da capogiro.

Il capogiro, allora, preferiva farselo venire a furia di ballare. Paso doble.

Lazzaro riprendeva i suoi esercizi di equilibrismo dentro a quel simulacro di mondo che, una volta saltatici dentro, ti circondava di luci intermittenti, festoni, brillantina luccicante e payettes colorate: l’acceccante coreografia predisposta dallo sguardo di Coda Mozza.

 

Fu un periodo magico, quella mezza estate del Redondel.

In una notte di clarinetti, Lazzaro ballò fino all’alba su una gamba sola.

Un’altra volta, era il periodo degli storni, danzò di fronte ad una platea interminabile di spettatori alati, abbarbicati sui fili della luce, stipati da non respirare.

E ci fu la notte folle delle processioni, in cui, a gruppi di tre o quattro, accorsero decine di gatti e gatti e ancora gatti, attirati lì dal tam tam e dalla fama di frescura che avevano i tetti del Redondel. E finì con la luce dell’alba e lui sdraiato sull’asse, finalmente solo ed ebbro di successo.

Ballò di tutto, in quella mezza estate del Redondel: spesso trovava ispirazione nella musica che usciva dalle finestre spalancate, ma certe volte gli piaceva ballare in silenzio ed era in quei casi che i suoi passi rimbombavano più concitati e il suo corpo fremeva di brividi inconsulti.

 

L’asse. Lazzaro ne imparò a menadito ogni nodo, ogni scheggia. E se nei primi tempi gli capitava, ogni tanto, di frenare troppo tardi in qualche scivolamento e così imbranarsi sugli strapiombi, dopo un po’, dopo un po’ non gli capitava più. Sfruttava ogni millimetro di quel quadrato di legno, senza mai dar l’impressione di vacillare o rischiare rovinose cadute. Le sue unghie, ermeticamente ritratte durante gli scivolamenti e le giravolte, scattavano rigide e aguzze al momento di bloccarsi.

Passata che fu la metà di luglio, prese a scendere raramente a terra, giusto per procurarsi il cibo. Poco, tra l’altro; mangiava appena e qualsiasi cosa gli capitasse a tiro: topini, bacche, lombrichi, schifezze pendenti dai bidoni della spazzatura. Per il resto, quando i muratori, alla mattina presto, arrivavano, con il loro sferragliare di scale e cazzuole, lui saltava dall’asse al tetto adiacente, quindi si rintanava in un comignolo lì vicino, quello della canonica di San Roman. Passava il giorno fissando l’asse, la sua asse, e digrignando i denti, in attesa che quel branco di uomini la smettesse di calpestare a sproposito il suo palcoscenico. Meditando sulle evoluzioni cui avrebbe dato vita non appena fossero suonati i sei rintocchi di campana, seguiti dal fuggifuggi degli uomini. Si imbestialiva, poi, quando qualcuno di quegli energumeni si fermava oltretempo, continuando a picchiettare nell’ora in cui l’asse sarebbe stata, per contratto tacitamente sottoscritto da Coda Mozza, riservata alla danza. Sì, perché Coda Mozza, lui lo sapeva, non cessava mai di osservarlo, chissà da quale punto di vista. Capo invisibile e autoritario, era sicuramente orgoglioso di quel raffinato equilibrista che rendeva indimenticabili le notti del Redondel. E l’avrebbe mandato a chiamare, prima o poi, Lazzaro ne era certo, per complimentarsi o invitarlo o premiarlo. Insomma, per dirgli che il Redondel, finalmente, aveva il suo ballerino.

 

Fu un pomeriggio d’agosto quando Lazzaro, da dentro il comignolo della canonica, si svegliò dal riposo quotidiano e, con il muco ancora negli occhi, non sentì nessun rumore. Nessun picchiettio, nessuno sferragliamento, nessun grido, nessun ribollire di betoniera. Niente. Silenzio. Strano, pensò: dall’imboccatura del camino, i raggi entravano bollenti e gli uomini non erano soliti andarsene quando il sole batteva diritto sopra al Redondel.

Un brivido improvviso gli corse lungo la coda.

Sonno, valutò Lazzaro.

Morte, avrebbe sentenziato Coda Mozza, se fosse stato lì.

Lentamente, spinse il muso fuori dal comignolo, mentre con la zampa destra (bianca) si stropicciava via il muco dagli occhi.

I muratori non c’erano, se n’erano andati prima del previsto, ma Lazzaro non fece a tempo ad essere contento: con sé avevano portato tutte le loro scale e tubi e impalcature e attrezzi e ferri e betoniere. Ma soprattutto la sua asse: si erano portati via la sua asse. Lì, tra il ramo della tuia e la grondaia color rame, stava ora uno spazio enorme fatto di vuoto. Lazzaro non ci voleva credere: camminò fino al ciglio del tetto, fino al punto esatto in cui, ogni sera, era saltato fuori, con un semplice balzello, dall’universo dei piccioni e dell’asfalto, per penetrare in quello, magico ed emozionante, dello spettacolo, del suo spettacolo. Niente. Vuoto.
Imbestialito e incredulo, continuò a camminare su e giù per le stesse tegole finchè non calò il sole, domandandosi se fosse possibile. Era possibile? Anche dopo il tramonto, non cessò il suo viavai di condannato, e le zampe gli fremevano, e anche i muscoli degli occhi e del collo.

Per la prima volta dopo molto tempo, quella notte Lazzaro nel comignolo ci si addormentò senza aver ballato. Il vaso di papaveri di Juan, in piena fioritura, si inaridì di botto, quello delle bocche di leone già da tempo era una tomba di terra. La perpetua, quella sera, si accostò con tre linee di febbre.

Per lui, Lazzaro, fu una notte popolata di incubi infernali di cui il crudele burattinaio era, si capiva dallo stile, Coda Mozza.

 

 

 

III.

 

Lazzaro, in un delirante dormiveglia, attese col fiato in gola l’arrivo della luce e con esso quello degli uomini, con la sua asse. Ma quel giorno nessuno montò scale, né salì sul tetto bestemmiando e spaccando. E nemmeno il giorno seguente. quello dopo ancora. Alla rabbia e alla frenesia, nel corpo di Lazzaro, si sostituirono la disperazione e l’impotenza: i muratori non tornavano e gli echi delle danze mancate gli rimbombavano nei muscoli.

Perché, sia chiaro, di danzare sul tetto o da altre parti non se ne parlava neppure.

La sua vita di magnifico ballerino del Redondel era terminata di botto e a lui non sembrava vero il fatto di essere di nuovo un gatto così, uno normale. Strano, quasi impossibile, gli sembrava anche che tutto questo potesse accadere senza che Coda Mozza muovesse un unghia per risolvere la sfortunata situazione che impediva al suo pupillo, Lazzaro appunto, di esibirsi.

Strano, quasi impossibile.

Anzi, proprio impossibile: Lazzaro si convinse che era solo questione di tempo, poi Coda Mozza avrebbe risistemato tutto. Si accoccolò dentro al comignolo e si sforzò di pensare ai passi e ai caschè che avrebbe compiuto non appena Coda Mozza gli avesse restituito la sua asse. Eppure non ci riusciva. Sentiva come uno spillo, un ago, che, conficcato dalle parti dello sterno, gli impediva di concentrarsi sulle sue danze immaginate. Provò e riprovò a pensare solo al prossimo arabesque o al sissonne (che ancora andava perfezionato), ma niente da fare: ogni volta tornava a sentire quello spillo piantato nello sterno, a confondergli le idee. Che diavolo gli stava succedendo?

L’apparizione di un colombo che volava rado nei pressi del comignolo lo riportò bruscamente alla realtà. La fame. Erano tre giorni, ormai, che non mangiava: la rabbia, la delusione, la disperazione di non poter ballare gli avevano fatto dimenticare la fame, ma ora, ora uno spillo, inesorabile, gli stava cucendo dentro allo stomaco ghirigori di vuoto.

Uscì rapido dalla cappa del camino con l’idea di mangiare. Si diresse verso il punto del tetto da cui era solito scendere a terra. Ma lì non c’era più l’asse, palcoscenico ma anche pensile gradino per raggiungere la corteccia della tuia. Cercò lì attorno altri appoggi, improvvisati pianerottoli per il balzo verso l’albero: niente. Misurò con occhi di gatto la distanza che separava il tetto dal ramo più vicino: anche contando di spiccare il salto proprio dall’ultimo ricurvo lembo della grondaia, era impossibile, esagerato. Non ce l’avrebbe fatta, tanto più che fuori della sua asse si sentiva insicuro, come se avesse perso con lei tutte le sue doti di agile acrobata, se mai, poi, le aveva possedute.

Si sporse verso il basso, da cui, vertiginoso, lo fissava uno strapiombo di quattro piani, interrotto da davanzali troppo sottili e smangiucchiati per potercisi appendere. Valutò allora il tragitto della grondaia: no, troppo liscia per scivolare facendo attrito con le unghie, si sarebbe trovato a terra in men che non si dica, con la schiena spezzata.

Insomma, scendere di lì non se ne parlava. Se voleva mangiare, avrebbe dovuto scovare un’altra soluzione: altre scale, altri ascensori.

Alzò allora gli occhi e si concesse una panoramica di quello che, da qualche tempo a questa parte, era il suo spaccato di mondo. Si accorse così, per la prima volta e con orrore, che il tetto della canonica, su cui lui, come nel camerino di un teatro, aveva transitato e dormito per mesi, era completamente isolato dal resto dei tetti del Redondel: i lati ad ovest e ad est del suo comignolo si affacciavano su due spaziosi cortili, a strapiombo; quello a nord su un’ampia strada vociante di uomini, a strapiombo; solo il lato a sud confinava con un’altra casa, il cui tetto, però, incombeva una decina di metri troppo in alto, apparentemente irraggiungibile; una lunga serie di balzi patetici non valse a Lazzaro nemmeno la metà del muro che avrebbe dovuto scalare per raggiungere una via d’uscita. Dopo qualche ora, era sfinito e aveva gli artigli rovinati.

Quel dietro alle quinte non aveva uscite di sicurezza. E l’uscita principale, assieme col palcoscenico, era scomparsa.

Valutò con agghiacciante evidenza come, se con la sua asse gli era stato possibile salire a un mondo perfetto, ora che gliel’avevano portata via non gli era più concesso fare ritorno al mondo normale, quello delle noiose scorribande nel cortile in cerca di piccioni. Asimmetrie della vita.

Si trovava affamato di tre giorni e isolato su di un tetto da cui era impossibile scendere. Cominciò a guardarsi attorno: se mai qualche passerotto si fosse posato lì vicino, avrebbe potuto dargli una zampata, stordirlo e poi divorarlo. Ma niente: nel quadrato di cielo del Redondel, l’unico uccello presente volava alto, molto più alto delle antenne delle tv, e, ad essere sinceri, molto più in alto della prontezza di Lazzaro. Sarebbero potuti passare giorni o mesi prima che qualche volatile capitasse a tiro dei suoi artigli di famelico predatore .

Si rifugiò di nuovo nel comignolo e, immobilizzato dalla tragedia che gli si delineava attorno, cercò di piangere la scomparsa della sua asse. Non ci riuscì. Emise solo un verso: raccapricciante, perché aveva fame e aver fame è peggio. Un grido così, pensava, Coda Mozza lo avrebbe sentito di sicuro.

Invece a sentirlo fu Conchi, che, spazientita e intenerita, si sporse verso sera dalla finestra della sua cucina e, con sapiente lancio parabolico, fece atterrare accanto al comignolo di Lazzaro un foglio di carta di pane. Involto dentro c’era un po’ di lardo.

 

Venne l’autunno.

La perpetua, affaccendata tra far piazza pulita di foglie secche e ricevere le comari del Redondel all’ora del , prese a trascurare il davanzale e le sue Gitanes. I papaveri di Tarik resistevano, ma avevano petali sottili che, se li staccavi, ti svanivano in mano.

Di Coda Mozza, neanche l’ombra. Fatto salvo per un paio di corpulenti mici (uno con un orecchio tranciato a metà) che, ad intervalli regolari della giornata, avevano preso a zampettare indolenti sul tetto della casa di fronte, quella di là dalla strada ampia, gettando di tanto in tanto un’occhiata incurante a Lazzaro.

Lazzaro, lui, se la passava male. Magro che si vedevano le costole, col pelo nero ingrigito dalla fuliggine e dall’inedia, aveva i polpastrelli scrostati e le unghie rattrappite e passava le sue giornate rinchiuso dentro al comignolo, intontito dal freddo. Fantasma di quel che era stato. Ai suoi balletti, perlomeno, era riuscito a non pensarci più; al massimo gli capitava, durante qualche sogno sudato e poco rassicurante, di aver l’impressione di rotolarsi sul legno liscio dell’asse, ed era allora che il risveglio gli risultava più squallido e insopportabile.

Conchi era rimasta l’unica a dare a Lazzaro una mano, per un misto di sincera compassione e giocoso orgoglio di sentirsi buona. Si affacciava alla finestra dopo cena e, dopo qualche secondo di ricerca, coglieva un bagliore improvviso di catarifrangenti, da dentro il buio del comignolo: Lazzaro aveva girato la testa e due occhi la scrutavano con implorante fissità, miagolando ultrasuoni da far piangere l’anima. Radunava allora i resti della cena appena terminata: ossicini di pollo, grasso di prosciutto, ragù rimasto; e glieli lanciava sul tetto della canonica. La studiata balistica di questi lanci non impediva, purtroppo, sporadici errori: poteva capitare che calcolasse male la distanza finestra-tetto o che apparisse, nel cielo dietro il campanile della chiesa, qualche lucina di aerei, a distrarla al momento del tiro. In questi casi, il contenuto dei cartocci andava a spiattellarsi sul selciato del Redondel e il giorno dopo sarebbe stato oggetto di bestemmie e accuse reciproche tra i condomini. Che andasse o no a buon fine, Conchi, una volta ultimato il lancio, chiudeva la finestra e andava a sparecchiare. Lazzaro, con la dignitosa umiltà di chi in passato è stato qualcuno, si trascinava fuori dal comignolo, raccoglieva il cibo coi denti e poi, nascosto nella sua tana, cominciava ad azzannarlo. Quando Conchi tornava alla finestra, scorgeva i due catarifrangenti dentro al comignolo, solo forse un po’ più rotondi e muti.
Conchi non comprò mai una scatoletta di cibo per gatti e mai volle ammettere a se stessa che l’ostinazione con cui ogni sera i due catarifrangenti tornavano ad illuminarsi dipendeva dal suo provvidenziale intervento. Le sere in cui non mangiava a casa non si preoccupava del micio e, se per caso gli veniva in mente, ricacciava nell’intestino ogni languido senso di colpa. Eppure, mai una volta che, cenando a casa, tralasciò di affacciarsi alla finestra, individuare i due fari e, con studiata parabola, lanciare il cartoccio. Tra ristoranti, brevi vacanze e lanci andati male, circa un giorno sì e un giorno no permise a Lazzaro di mettersi qualcosa nello stomaco e, così, di tirare avanti

Sarà per questo che Lazzaro, bestiale e incattivito più che mai nel suo lugubre stanzino, non cessò mai di commuoversi all’operato di quell’incostante soccorritrice. L’’indaffarato Coda Mozza, una volta  trovato il tempo di risolvere il caso del ballerino incastrato sul tetto, l’avrebbe saputa ripagare. Nel frattempo, era Lazzaro ad aver voglia di ringraziarla, ma non sapeva come. Troppo distante per poterla compiacere con le sue fusa, si impose, alla fine di ogni frugale pasto, di attendere che lei si affacciasse di nuovo alla finestra. Finalmente sazio, faceva sforzi incredibili per ricacciare indietro il sopore e tenere gli occhi ben aperti, di modo che lei li notasse, imprigionati dentro il comignolo.

 

 

IV.

 

La grondaia è ammaccata e color rame. Se la segui, fa una curva, poi schizza dritta verso l’alto, diretta al campanile della chiesa. Nel suo cammino rossastro, incontra il davanzale della perpetua, bersaglio favorito per le cacche dei piccioni del quartiere, sempre in cerca di briciole. Poi si insinua tra due mattoni rotti e alla fine esplode, sdoppiandosi a T, nel tetto, coperto di neve.

Il Redondel, preso di sorpresa dal gelo, si sbarra dietro alle porte e alle finestre.

Tarik non ha fatto a tempo a staccare i festoni e le ghirlande dalla porta che l’hanno sfrattato: se n’è andato domenica scorsa, con mille tra fagotti e scatoloni; per ultimo ha portato via i suoi papaveri, che spuntavano stentatamente dal vaso, spaventati dalla frenesia con cui il loro mondo, fino ad allora immobile, prendeva a spostarsi.

La perpetua, di salute cagionevole, non la si vede più affacciata al suo davanzale costellato di cacche di piccione. Sta ben chiusa in casa, raggomitolata di fronte alla stufa, come se dovesse proteggersi da una stoccata maligna che il freddo di gennaio le sta per infliggere, diretta al costato.

Persino i mici corpulenti del tetto di là della strada hanno desistito, non si sa bene se di loro iniziativa,  dal compiere le loro ronde, e i loro tendini ne hanno tratto impagabile sollievo.

Conchi, lei, sta bene. E’ stata in montagna a sciare e ora, una valigia per mano, gli sci appoggiati sul pianerottolo, mette la chiave nella toppa e entra. Contenta, perchè sente subito quell’odore speciale che possiede la sua casa ogni volta che lei ritorna. Si fa una doccia bollente, guarda lo specchio appannarsi e nota divertita come le sue gambe, per il calore, diventino lentamente cedevoli. Poi si asciuga, si mette una tuta e mangia qualcosa. Prima di sparecchiare, va ad aprire la finestra di cucina.

Nessun bagliore. Nessun miagolio. Dentro al comignolo non c’è niente.

Dov’è finito Lazzaro? Conchi è stupita, gira di qua e di là la testa in cerca di un segno del passaggio del gatto, ma non lo trova. Non ci sono fari appesi nel buio, la notte è tutta scura uguale. Cocciuta, lancia comunque un cartoccio, che è strapieno, mai stato così strapieno di succosi ossicini (la faraona che ha appena mangiato, c’è anche un’ala intera, neanche toccata), e lo lancia con una forza strepitosa, isterica. Un lancio dritto, quasi senza parabola, che atterra senza rumore sul tetto, proprio all’imboccatura della tana di Lazzaro.

Niente.

“Dove cazzo sei finito, Lazzaro?”, le scappa detto tra i denti

E così il gatto del comignolo si trova appiccicato addosso il suo nome. Un nome che Conchi, fino ad allora, aveva conservato in una zona muta del cervello, per paura che il solo pronunciarlo si sarebbe rivelato un eccesso, un attentato alla libertà della razza felina.

Meglio, comunque, che le scappi detto, perché un ballerino senza nemmeno un nome faticherebbe a diventare celebre. E mai, questo è quasi certo, se ne racconterebbe la storia.

Il nome, comunque, si perde nell’aria di gennaio, perché Lazzaro non c’è.

Conchi, delusa, fa per chiudere le persiane verdi. Allora, per un attimo, le sembra di scovare due minuscole fessure che si illuminano appena, all’interno del comignolo, ma deve essere solo suggestione perché, un attimo dopo, non ci sono più. Il Redondel è di nuovo tutto scuro. E profuma di neve.

 

Abituatisi alla presenza del gatto, ora il comignolo della canonica sembra esageratamente vuoto. Una scatola vuota. Lazzaro, magnifico ballerino di una stagione del Redondel, se n’è andato, portandosi dietro le sue zampe bianche. Se n’è andato in maniera misteriosa e definitiva, come sanno fare i gatti e, dicono alcuni, i papaveri. Si suppone che sia morto di freddo e d’inedia, ma, appunto, lo si può solo supporre: nessuno ha visto il cadavere.

Certo è che, da qualche giorno, un gattaccio grigio ha preso ad accomodarsi sul tetto più alto, quello della casa accanto alla canonica: assoluto protagonista del panorama del Redondel, si piazza lì dopo pranzo e si lima accuratamente gli artigli, soddisfatto come chi ha spuntato dalla sua agenda qualcosa di importante.

Particolare inconfondibile per chi riuscisse a vederlo risulterebbe un’assenza: quella della coda. Mozzata secoli fa, per scommessa.