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| Titolo:
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Il
ferro dolce |
Autore: |
Marla |
L’ombra del marchio sul bicchiere galleggiava sulla schiuma di quella
doppio malto e si leggeva bene. Poi c’erano le note musicali, i fantasmi
di idoli mezzi sbandati che erano morti in condizioni quasi eroiche, sicuramente
affascinanti e misteriose. C’erano le luci fisse, bianche, moleste,
c’era da bere e da mangiare. Sembrava il fotogramma di un film semimuto,
artistico, c’era un vento fottuto e la porta era aperta.
Cominciò a piovere, temporale estivo, gli altri ed io fummo scossi
da un tuono, poi tutto tornò come prima e comparve Elettra. La cenere
della sigaretta che teneva fra le mani se ne volava via sottoforma di scintille,
i suoi capelli stridenti e neri sembravano impazzire e lei se ne stava immobile
di fronte all’entrata.
Cazzo, era la cosa più bella di quel locale troppo routinario.
Impazzii o forse ero già impazzito
Lei si sedette su uno degli sgabelli vicini al bancone, di quegli sgabelli
alti; vestita di nero e così pallida da sembrare morta.
I miei amici parlavano di qualche concerto o roba simile poi si accorsero
che ero imbambolato. Sik, col suo fare maledetto, mi provocò: - Di’,
Jim, vuoi sul serio dare un colpetto a Miss Maledizione?-. – Stronzo-
gli risposi- comunque sì, ci vorrei passare la vita!-.
Miss Maledizione era il nome più azzeccato per quella ragazza, Incubo
e Maledizione erano perfetti.
Christian mi consigliò qualche approccio mediocre mentre io guardavo
fisso, imbambolato, mentre il cielo rombava, Elettra fumava e si era accorta
di me.
- Ormai il casino è fatto, Jim, Mortisia ha capito e sembra che accetti
il castigo. Corri, amico, dai-.
Non so se ringraziare Sik per quella frase o maledirlo, fatto sta che in
quel momento fu lui a farmi alzare da quella sedia per andare in contro
al Nulla Cosmico.
Presi una PALL MALL e andai da lei.
- Mi faresti accendere?-…la frase peggiore che in quelle condizioni
potessi dire. Ero fottuto ormai dai suoi occhi psicopatici che mi guardavano
fissi, come impauriti o incuriositi. Era una meraviglia.
Sentivo ancora i miei amici parlare.
Lei posò il bicchiere sul bancone, mi lanciò una scatola di
fiammiferi e disse: - Puoi tenerli-.
La sua voce era l’unica cosa che avevo sentito in quel momento, erano
scomparse le note musicali e con loro tutto quanto intorno. Il cielo tuonò
e lei trasalì.
- Mi chiamo Jim, tu?-. Non riuscivo a dire niente di almeno dignitoso, niente
che con le altre ragazze avevo sempre detto.
- Io sono Elettra-. Elettra, cazzo, il nome più spettacolare che
mi potesse dire, quello più fantastico. Parlava poco ma qualcosa
mi diceva di insistere.
- Cosa fai, studi?-…andava sempre peggio.
- Forse, a volte di sicuro-. Era pallida, terrea, piccola, bellissima.
Si muoveva lentamente e aspirava il fumo di quella sigaretta nel migliore
dei modi. Aveva qualcosa di strano.
Continuai: - Sei sola, dico, sei venuta sola? Torni sola, cioè, ti
serve un passaggio per tornare da qualche parte?-. Ero completamente partito,
non controllavo neppure le parole, non capivo, sentivo solo l’inizio
di un’implosione.
Lei stette in silenzio il tempo sufficiente perché io potessi sentirmi
un idiota, poi, come uscita dal nulla, disse:- Quella Pall Mall l’accendi
o no?-…- Ah, sì, certo, certo-. L’accesi e probabilmente
fu la fine…lei mi faceva paura e mi attraeva in modo animale.
Mi prese dalle mani la scatola di fiammiferi e ci scrisse qualcosa, poi
me la ridiede e mi salutò: - Ciao, Jim, mi mancherai- o una cosa
simile e uscì mentre ancora il cielo grondava acqua e faceva rumore.
- Ciao, Elettra, ciao...- questo fu tutto.
Aprii i fiammiferi e lessi “Elettra”.
Ero completamente intontito, tornai al tavolo con i fiammiferi in mano e
senza alcuna voglia di parlare; alchè Sik cominciò: - Buca
stasera?-, lo mandai a fare in culo e gli dissi che avevo i suoi fiammiferi.
– Ah, bel pegno, ce l’hai fatta allora, Dongiovanni suburbano!!-.
Salutai tutti e me ne andai perché non riuscivo a stare seduto, né
a stare fermo…volevo stare solo a fare la sintesi di ciò che
mi era appena accaduto…e speravo di incontrare Elettra nel vicinato,
magari sola e sotto la pioggia.
Attraversai il locale con una strana inquietudine addosso, forse emboli
di adrenalina, forse semplici brividi di freddo, forse elettricità.
Quando varcai la soglia i tuoni violentarono il cielo ed io fui felice,
Elettra era dall’altra parte della strada, sola con la sua sigaretta,
sotto la pioggia.
Aspettava me. Mi fece segno di avvicinarmi.
Ero inzuppato d’acqua e da qualche parte nella mia testa suonava
una sirena: mi sembrò addirittura di sentir iniziare Pig dei miei
affezionatissimi Pink Floyd.
Cazzo, pensai, poi finì il mondo.
- Ehy, ciao Elettra, lo vuoi un passaggio?- sembrava andare meglio, ad
ogni modo lei aveva qualcosa in sospeso tra l’innocenza di una bambina
e la malizia di una puttana che mi faceva impazzire.
- Jim, sai, vorrei finire questa sigaretta e poi baciarti, non voglio
andare a casa!-. Ecco, quelle parole erano il vero e proprio epitaffio
per la mia vita quotidiana.
Eppure Elettra disse quelle parole in un modo indecifrabilmente strano
che mi fece tornare me stesso. O almeno questo è quello che mi
sembrò.
La baciai. Baciai Elettra sul marciapiedi inzuppato, ma non fu romantico.
Niente che riguardasse Elettra fu mai romantico…era una delle infinite
cose che mi piaceva.
Fu piuttosto passionale e forse cattivo, violento, impetuoso, sicuramente
travolgente.
Mi prese per il braccio continuando a baciarmi e mi trascinò a
casa sua, dietro l’angolo, all’ultimo piano di un caseggiato
enorme vagamente anni Ottanta.
Facemmo l’amore nell’ascensore e per la prima volta ebbi anche
paura di lei.
Sentivo qualcosa di strano in quell’ atto violento e sconvolgente,
qualcosa di esplosivo e nel contempo pericoloso. Emozionale. Non emozionante.
Elettra era tutto quello che desideravo, sentivo tutto il suo corpo in
quell’ascensore grigio e alto, sentivo i suoi sospiri e forse le
stavo facendo male.
Ci trascinammo in casa sua mentre io non avevo ancora avuto il coraggio
di guardarla negli occhi: mi ero limitato a toccarla e ad ascoltarla nei
suoi sospiri sofferti.
Era buio pesto, non si vedeva nulla, lei chiuse la porta ed ancora mi
baciava e leccava dappertutto.
Mi girai e la spinsi contro la porta. Il viaggio era iniziato.
Chiusi gli occhi nel buio e pensai di non pensare a niente. Avevo ancora
paura, aumentava con l’aumentare del piacere.
Era la paura per quell’incomprensibile forma di innocenza, eppure
era già tardi..ero già dentro al Vuoto Cosmico.
Fu la più bella scopata della mia vita.
Mi svegliai intorno a mezzogiorno in casa di Elettra.
Le pareti erano colorate alcune di blu, altre di rosso intenso, c’erano
dei cuscini per terra , pacchetti di sigarette ovunque, articoli di giornale
ritagliati e appiccicati alle pareti. Vestiti sparsi ed uno strano coltello
con la lama affilata e curva.
Sul letto trovai il suo biglietto con le chiavi di casa. Diceva: “Tieni
pure le chiavi, io ne ho un’altra copia. Buona giornata.”
Cosa volesse significare non l’ho mai capito, ma fui felice di avere
le sue chiavi di casa: voleva dire rivederla. Voleva semplicemente dire
l’inizio di una dipendenza.
Non mi restava che raccontare tutto ai miei amici.
Andai da Sik.
Svegliai Sik. Bevemmo un caffè in silenzio e poi lui mi chiese:
- Beh, la tua fantasmina?-. Sik sapeva essere cinico ma era il mio migliore
amico.
Gli raccontai tutto con una strana inquietudine addosso, mi sembrava di
avere troppe cose da dire e che i pensieri mi scappassero dalla testa.
Quando ad un certo punto Sik mi domandò: - Ma ce la fai conoscere,
è simpatica, che tipo è?- non seppi più che dire.
Mi ricordo di aver cercato parole che forse avrei potuto trovare, ma cosa
dire? In fondo ero stato con lei una notte ma non le avevo mai parlato.
A malapena ricordavo il suono della sua voce. Non ci eravamo detti niente,
sapevo solo il suo nome. Cazzo, solo il suo nome. – Non so, Sik,
sai il fatto è che per me lei è diventata un viaggio. In
effetti di lei non so niente. Abbiamo scopato e quando mi sono svegliato
lei già non c’era più. Ho solo un suo biglietto e
una copia delle sue chiavi. Sono perso. Sono maledettamente perso. Ma
non so che dire-. Balbettai quelle parole chè forse Sik aveva già
capito tutto…cosa c’era da capire?!
Per me ancora non è chiaro niente. Niente di Elettra fu mai completamente
chiaro.
- Ok, fa lo stesso. Oggi suoniamo e poi viene Christian con un amico che
forse ci fa registrare nel suo studio-. Sik ribaltò la situazione
con una terribile leggerezza…ora capisco che sarei dovuto riuscirci
anch’io, ma in quel momento per me fu atroce. Avrei voluto parlare
di lei per tutto il giorno ma, in effetti, di che cazzo avrei parlato?
Probabilmente del Nulla Cosmico…è l’unica cosa che
mi viene in mente pensando a lei.
Mi limitai a chiedere l’orario delle prove a Sik e gli dissi: -
Ok, ci sarò. Ora torno a casa, a più tardi.- ,- Ciao Jim,
a più tardi- mi rispose lui.
Uscii da casa di Sik con Elettra in giro per la testa, solo lei e nient’altro…i
flash del suo corpo, dei suoi sospiri, del fumo che la circondava. E niente
riusciva a distogliermi da quella che era stata solo una cosmica scopata…
niente oltre a questo.
Arrivai a casa a piedi, non so quanto camminai, molto credo, prima di
accorgermi di aver lasciato la macchina al bar.
Mi sembrava di essere impazzito, certamente confuso, annebbiato, non sapevo
che fare né come farlo. Avevo solo le sue chiavi di casa, i suoi
fiammiferi e sapevo come si chiamava.
Mangiai qualcosa e pensai agli scherzi del destino, a come avevo incontrato
Elettra, a che cosa lei avrebbe voluto da me. Pensai anche che il temporale
della sera prima fu come la prima canzone rock che ascoltai a quindici
anni…un fulmine. Elettra, oramai contava solo lei.
Qualcuno bussò alla porta, rimbalzai sul divano, volevo fosse lei,
volevo solo Elettra.
Era mia madre.
- Ciao mamma…-, la salutai svogliatamente e lei cominciò
a blaterare. Non so cosa disse, ma ad un certo punto mi chiese:- Tesoro,
sembri sconvolto. Come si chiama lei?-. Una stupida, banale, cazzo di
frase che solo una madre avrebbe potuto dire, ma quella sua domanda mi
colonizzò il cervello.
Finalmente fui in grado di dirle:- Si chiama Elettra, ma l’ho conosciuta
solo ieri sera, non so ancora niente di lei, è solo molto bella
per ora!-. Per la vecchia forse suonava inconcepibile, sicuramente lo
era anche per me…avevo mille cose nella testa che giravano intorno
al nome Elettra, ma nessuna parola.. – Che razza di nome…allora
io vado, Jim. A presto-. Ecco come mia madre, ancora, non aveva capito
un cazzo.
Come la prima volta Elettra era un’Idea, un’Idea che creava
caos e solo caos; era circondata da una nebbia imperscrutabile e questa
era una delle cosa che mi piacevano di lei.
Non passarono dieci minuti da che la vecchia se ne fosse andata, quando
batterono forte sulla porta. Forte, forte. Ero terribilmente intenzionato
a non aprire, in fin dei conti non avevo voglia di parlare. Restai sul
divano inebetito. Il rumore si faceva sempre più insistente.
Andai ad aprire.
- Ciao Jim, volevo vedere casa tua.-.
Elettra.
Elettra proruppe così.
Restai senza niente da dire fino alla successiva scossa: - Posso entrare?-.
- Ah, cazzo, ok, vieni pure, scusa…il fatto è che tu piombi
come un fulmine ed io non so che dire…- Wow, pensai, sono riuscito
a dirle più o meno quello che volevo.
- Si può fumare qui?- mi chiese e sembrò che non avesse
nemmeno fatto caso alle mie parole che a me erano parse una conquista.
- Sì, fai quello che ti pare- le risposi; non sapevo che dire,
né come comportarmi e così mi accesi una sigaretta rossa
per togliermi dall’imbarazzo.
Elettra si abbandonò sulla poltrona, accavallò le gambe
e cominciò a giocare col posacenere. Fumava come una dea e mi intrigava
come una strega.
- Ho frugato nel tuo portafogli e ho visto dove abiti, così sono
venuta. Spero non ti sia dispiaciuto, ma, a giudicare da come tremi, non
direi. Rilassati, Jim, non voglio ucciderti!- mi disse con quell’aria
da bambina psicopatica.
“Non voglio ucciderti”, quella fu la prima grande bugia, Elettra
mi uccideva ogni volta che parlava; era una troia mostruosa, una stronza,
puttana e troia. Ma chi poteva saperlo…in fondo avevamo solo scopato
una notte.
-Sei strana tu, molto strana. Che vuoi da me? Perché hai scelto
me?-. Non sapevo cosa mi stesse succedendo, ma la dignità residua
si faceva spazio tra le mie parole.
- Perché voglio te, te e solo te. Non sei felice? Sono qui per
te e per fare tutto quello che vuoi. Un po’ come una serva, storie
così. Non capisci? Se ora tu vuoi puoi uccidermi o farti fare un
caffè…tutto quello che vuoi. Ormai Elettra è tua!
Ma c’è una condizione: se vuoi Elettra, devi essere di Elettra.
Accetti?-.
Ancora adesso non capisco…era matta, era pazza, folle, fata, strega.
Era semplicemente Elettra, una delle cose più spaventose.
Dissi: - Sì, ok, come vuoi, accetto.-.
E lei si alzò dalla poltrona e cominciò a baciarmi. Aveva
ancora la sigaretta accesa.
La stanza era illuminata ma mi rifiutai di guardarla.
Lo facemmo di nuovo, sul divano, in bagno, sul tavolo…fu bellissimo
e di nuovo travolgente, sconvolgente, violento ed impetuoso. Era incredibile
tutto.
Quando finì quella scopata stellare fu perché lo decise
lei. Ci accendemmo una sigaretta e lei tornò sulla poltrona. Non
ci dicemmo niente.
Io sicuramente non ero felice.
Mi feci coraggio e cominciai:- Cazzo, dici che devo essere tuo, dici tante
stronzate e scopiamo e basta. Ti rendi conto, io non so niente di te,
non so chi sei né cosa fai né come devo comportarmi con
te. Porca troia, Elettra.- non so cosa mi prese, è che a tutti
i costi volevo almeno una pseudocertezza.
A quel punto di rottura lei non si scompose( era solita fare così)
e, spostandosi i capelli dal viso, mi rispose qualcosa che non c’entrava
con ciò che le avevo detto. Si accarezzava le cosce e giocava con
i capelli mentre io la guardavo senza niente da dire…ero solo impazzito
per lei.
Lei lo sapeva.
-Sai, credo che tu ora mi debba portare a mangiare qualcosa o a bere un
caffè. Sei o no il mio uomo?!- mi chiese con una voce così
dolce, voce da bambina indifesa... La guardai e per un attimo pensai di
avere qualche ascendente su di lei. La abbracciai.
Quella era un’altra delle tante bugie.
- Certo che sono il tuo uomo- le dissi dopo un po’, mentre uscivamo.
Mi sembrò all’improvviso la ragazza più dolce del
mondo, canticchiava nell’ascensore una melodia un po’ psicopatica.
- Scusa Jim se non t’ho detto nulla di me, se sono stata sfuggente,
spero che tu mi voglia ancora-.
Ripensandoci furono le peggiori parole, le più false, ma era ciò
che in quel momento volevo sentirmi dire…e lei lo disse. E lei era
perfetta.
Andammo in un bar vicino a casa chè io non avevo ancora la macchina,
lei prese un caffè, io una birra.
- Allora me lo dici cosa fai nella vita? O è ancora presto?. Oltre
a sapere che fai bene l’amore, non so altro di te.- pensavo di avere
più o meno il controllo della situazione e le dissi quelle cose
ostentando a me stesso una certa sicurezza. Lei giocherellava con il cucchiaino
e fumava, era sempre pallida con quei capelli neri che se ne andavano
dappertutto e due occhi enormi e un po’ folli…disse dopo un
po’: - Non so cosa faccio, faccio bene l’amore e forse questo
è tutto. A volte sono terribilmente triste- a quel punto spalancò
gli occhi come per farmi paura- altre volte sono molto felice. Ho degli
sbalzi di umore, le mie cose ogni ventotto giorni circa, canto sotto la
doccia, fumo troppe sigarette a volte.-. E’ incredibile come Elettra
riuscisse a parlare per ore senza dire assolutamente niente, restavi sconvolto
e imbambolato dalle sue espressioni e dalla sua voce e intanto non sapevi
niente di lei.
Cominciava a piacermi anche questo.
In effetti di cose che non andavano in lei ce n’erano molte, probabilmente
la maggior parte, ma io non me ne accorgevo: ero imbrigliato nel suo fascino
e nelle sue vuote espressioni.
Più guardavo Elettra, più Elettra mi piaceva…se ne
stava zitta col suo sguardo matto e alterno, con i suoi capelli strani,
le sue guance bianche.
Chiamò Sik:- Oh, Jim, ma dove cazzo sei? Ti aspettiamo da un’ora
per provare…vieni, muoviti. -. Mi ero completamente dimenticato
della registrazione, di Sik, degli altri e tutto ad un tratto la realtà
esplose come una granata. Avevo perso ogni cognizione, ero in un maledetto
meraviglioso deserto che Elettra sconvolgeva con la sua strana sabbia.
- Ok, Sik, è che ieri sera ho lasciato la macchina al bar e sono
a piedi…ci metterò un po’…è che…va
beh, niente, scusatemi.- risposi mettendo insieme quei brandelli di razionalità
che mi rimanevano. – Muoviti.- replicò Sik abbastanza incazzato.
Quando alzai la testa Elettra mi stava guardando con gli occhini di una
bambina indifesa, mi sembrò fottutamente dolce, a quel punto mi
domandò: - Non devi andare, Jim, vero, resti qui con me. Ho bisogno
di te, ho tanta voglia di stare con te-. Cristo, pensai, e ora? Cosa cazzo
faccio?!
La telefonata di Sik mi aveva provocato una certa inquietudine, ma appena
guardai Elettra, come al solito, tutto andò a farsi fottere. Lei
era il senso unico del mio cervello, lo stop, l’incidente.
- Vuoi fare qualcosa, vuoi andare da qualche parte?- le chiesi gentilmente,
sempre credendo in quel poco di dignità residua.
Ecco come andò più o meno. Come cominciò la mia
discesa verso Elettra, come persi i miei amici ed il resto del Reale.
Posso dire che le cose siano iniziate e subito precipitate. Poso dire
di essere precipitato verso il Nulla Cosmico.
Credo che Elettra fosse una bellezza ustionata, una granata di impossibile
realtà e di sfuggevolezza, qualcosa che avresti nel contempo voluto
posseder e fuggire.
Era irreale in quei suoi sguardi squilibrati, irreale e bellissima, soffice
e puttana, sfregiata da qualche parte, ma viva.
Stare con lei era sempre un’Emozione Forte, una maledetta emozione.
A volte sapeva essere solo un sogno, altre era uno strano viaggio al curaro,
ipnotico, in cui rimanevi invischiato di tua spontanea volontà.
Lei sapeva essere orribile, ed era una delle tante cose che mi sono sempre
piaciute di Elettra.
Mi aveva rapito e derubato di ogni cognizione, che ci fosse o non ci fosse,
riuscivo a sentirmi solo uno stupido prolungamento di qualcun altro. Una
dipendenza, una scelta, un obbligo, ancora non capisco cosa stesse diventando
lei per me. Probabilmente una specie di flash, uno sfogo mostruoso che
mi si stava impressionando sulla pelle…Elettra era una goccia che
si espandeva dappertutto su di me.
Ed io mi arresi a lei, piccolo mostro tenero e grigiastro, nera e bianca.
Viva. La sua vita ruggiva qualche lamento che Elettra sapeva costringere
al silenzio dentro alle sue espressioni crudeli.
Passai giorni indimenticabili, giorni caustici e maltrattati, sommersi
sotto a lenzuola, CD dei Siouxie & The Banshes, mollette per capelli,
saliva, cibo in scatola, riviste, discussioni e sesso. Lacrime.
Una volta trovai Elettra in bagno mentre si tagliuzzava con un rasoio
il braccio. Se ne stava seduta sulla vasca da bagno mentre, con naturalezza,
si lasciava scivolare nel sangue il rasoio…le urlai:- Ma allora
sei scema davvero. Che cazzo fai?-. Non sembrava ascoltarmi finchè
ad un certo punto alzò la testa e mi guardò mentre il rasoio
era ancora lì. Cazzo.
I suoi occhi. Piangevano.
Mi sembrò così vulnerabile in quel momento, così
fragile…
Corsi ad abbracciarla.
Elettra si scostò, quasi impassibile, la sua faccia pallida era
muta: solo i suoi occhi e poche lacrime lente tradivano quell’immagine.
Stava zitta, tutto era zitto, la situazione, il bagno, Elettra, ed anch’io
lo ero.
Ricordo che ebbi davvero paura, non sapevo che dire…fino ad allora
avevo vissuto una vita normale…terribilmente normale nonostante
i mille stupidi casini di ogni giorno.
Quel giorno fu una scossa di realtà…avevo sempre pensato
che Elettra non fosse come le altre, che avesse qualche problema con se
stessa, ma niente prima di quel giorno me ne aveva convinto.
- Stai bene?-. Cominciai ad avere paura. L’avevo, me lo ricordo.
Le dissi quelle parole che si persero nell’aria pesante e nell’odore
organico del vapore e del sangue.
C’era puzza di infelicità moribonda in quel bagno, qualcosa
a cui ero assolutamente estraneo e in cui Elettra stava maledettamente
bene.
Mi rispose dopo un po’: - Non mi voglio ammazzare, sta’ tranquillo:
ero solo un po’ nervosa-…avevo sempre più paura.
Le presi il braccio e glielo tamponai con l’asciugamano ancora umido
per il vapore, la baciai ma lei restò immobile con quelle lacrime
morte…così me ne andai perché non riuscivo a guardarla.
Io ero naturalmente innamorato di Elettra.
Mi sdraiai sul letto con i pensieri esausti e accesi una sigaretta.
Elettra dopo un po’ arrivò nella stanza, con un paio di mutandine
nere ed una canottiera grigia un po’ sollevata dai suoi seni. Si
sedette sul letto, vicino a me, qualche gocciolina di acqua le scendeva
dai capelli, cominciò a fumare.
Mi guardava, lo sapevo, ma io restavo pietrificato senza il coraggio di
girare la testa verso di lei.
Elettra emanava uno strano spettro che ho sempre percepito di color bordeaux…ancora
non capisco neanche io, ma produceva strani squilibri che le venivano
da dentro: qualcosa di magnetico, però, che spiega come mi fosse
impossibile separarmene.
Ce ne stavamo in silenzio.
- Lo vedi- cominciò- io ho paura di essere completamente felice,
o meglio, per esserlo ho bisogno di qualche tensione. Ho bisogno di un
baratro al di là del quale c’è solo la più
pericolosa e malata delle follie. Ne ho bisogno-. Sembrava che parlasse
da sola, quasi ipnotizzata, dispensava dalla sua bocca stralci della sua
personale verità. – Non sono cose che posso controllare,
non sono cose che devo controllare. Loro ed io, io e queste emozioni,
conviviamo ma abbiamo solo un corpo a disposizione. E’ come quando
fa freddo e tremo. Non so perché tremo, ma non riesco a smettere.
Io non riesco ad essere completamente felice-. Probabilmente quelle furono
le cose più importanti e vere che Elettra fosse mai riuscita a
dirmi. E proprio a quell’unica verità io restai come sordo,
non impassibile, ma sordo: non riuscivo a capirla, non riuscivo assolutamente
ad interpretare quello che volesse dire. Non era disturbata, era solo
in balia di troppe emozioni pericolose e per me era inconcepibile.
Dopo quel suo sforzo di essere capita, quel suo enorme sussurro, seppi
solo stringerla e dirle: - Ti credo-…parole così stupide
che saranno rimbombate dentro al suo vuoto come il rifiuto di aiutarla.
Ero in una cosa più grande di me, mi sembrava così ed io
stesso avevo paura.
Ogni giorno mi sentivo sempre più solo. Con Elettra, dopo quella
volta, le cose andarono sempre peggio. Quando non facevamo sesso, lei
studiava o leggeva ed io, nella mia casa vuota, bevevo birra. I miei amici
ogni tanto mi chiamavano ancora, Sik mi chiedeva anche se volevo andare
alle prove. Rifiutavo sempre. Non volevo vedere nessuno, mi sentivo un
bastardo per aver mollato i miei amici e non avevo più tanta voglia
di ridere.
In fondo era autocommiserazione, sapevo di non essere solo al mondo: era
una sorta di solidarietà verso Elettra. Non potevo divertirmi o
essere solo un po’ felice se lei non lo era per niente. Era il mio
personale ed ideale martirio…la birra doveva bastarmi se non potevo
vedere Elettra.
A volte, insieme, avevamo anche sorriso, riso, avevamo fatto cose normali
come andare al cinema o roba simile: queste erano le esperienze che mi
facevano sperare in meglio.
La realtà era un’altra, lei mi stava derubando di tutto,
Elettra succhiava via ogni cosa bella.
Non è mai stato noioso con lei, questa è la cosa strana,
tutto ha sempre avuto l’aspetto di una Grande Emozione, anche le
esperienze orribili. Non mi annoiavo perché avevo sempre un po’
di paura, un po’ di speranza, un po’ di gioia. Ogni cosa sembrava
essere sul punto di esplodere, tutto bolliva e ribolliva sempre più
forte sotto strati di epidermide ansiosa e poi niente sconvolgeva niente.
Era tutto un ammasso di spazi adrenalinici, piccoli imput quasi devastanti.
A volte mi domandavo come tutto fosse successo proprio a me, come avrebbe
reagito qualcun altro, cosa avrebbe fatto Sik al mio posto.
La vedevo farsi del male ed essere così scalmanata da sembrare,
a volte, anche felice. Non sono mai riuscito a capirla, appena mi sembrava
di aver afferrato qualche certezza, Elettra spiazzava ogni piccola convinzione.
Negli ultimi mesi la sorprendevo spesso a piangere, lei non ne sapeva
il motivo: le lacrime straripavano, diceva lei circondata da un inespugnabile
velo di tristezza... – Vedi Jim, devo trovare quel baratro altrimenti
prima o poi mi consumerò.- Non ho mai capito cosa fosse il suo
“baratro”, probabilmente un insieme di azioni, parole e sostanze,
situazioni malsane e morbose; lei non riusciva ad essere completamente
felice, doveva sentire qualche tensione.
Io, invece, non l’ho mai capita, forse avrei potuto provarci, ma
la paura di rimanerci mi rendeva sempre più schivo. Da una parte
la sua calamita mi risucchiava il cuore, dall’altra la mia razionalità
mi alzava davanti il gigantesco muro dell’Incomprensione.
L’unico errore che puoi compiere stando con Elettra è essere
razionale, pensare in modo logico, comportarti ragionevolmente…arriva
un attimo in cui lei spiazza tutte le regole. Lei brucia tutto, è
una maledizione morale: se le vuoi bene lei ti fa saltare il cervello….io
l’amavo. Elettra, invece, a volte sembrava detestarmi.
Ci fu un giorno in cui cominciò ad urlare contro di me e ad insultarmi:-
Sei un maledetto, tu mi odi- disse- mi fai schifo ed è meglio per
me se esci subito da qui e non ti fai più vedere-. Era agitata
e urlava, mi spingeva contro il muro singhiozzando.- Io ti odio, io non
ho bisogno di te, ormai hai il cervello da buttare, ormai tu mi odi…ormai
è meglio un cane di te-. Più urlava, più non riuscivo
a capire, mi restava solo la remota possibilità di interpretare
i suoi occhi fissi.
Quel giorno le diedi uno schiaffo, non per farle male, con la sola speranza
di scuoterla, di farla uscire da quella trance che se l’era inghiottita.
Non cambiò niente.
Elettra continuò la sua invettiva contro la personificazione di
se stessa. Elettra si odiava.
Me ne andai sbattendo la porta.
Quando tornai, dopo qualche ora, per restituirle le chiavi di casa che
mi aveva dato, la trovai che si truccava allo specchio.- Stai uscendo?-
le chiesi- ti ho riportato le chiavi di casa tanto non mi servono più-.
Lei continuava a truccarsi svogliatamente e poi mi rispose: - Ah, ah,
ah, ok. Ma prima mi passeresti l’accendino? Non sto uscendo, ti
stavo aspettando per dormire insieme!-
Niente “scusa” o “mi dispiace”, ma fui comunque
sollevato; mi cullai nella mia ipocrisia e pensai “ok, è
tutto a posto, non mi ha chiesto scusa, ma va bene lo stesso”. L’importante
era che stesse bene, che si fosse calmata.
Quella fu l’ultima sera che facemmo sesso. La mia ultima, incredibile
scopata fuori di testa. Elettra era tutto per me, io l’amavo, ne
ero terrorizzato, la volevo con un desiderio mostruoso…Elettra,
la mia personale maledizione.
Mi svegliai la mattina mentre lei ancora dormiva e mi sembrò di
essere completamente intrappolato. Ero forse entrato in una gabbia d’oro
e finalmente ne volevo uscire, ma volevo portare con me anche Elettra.
Improvvisamente mi sentii esplodere dentro un’energia ed un entusiasmo
incredibili.
- Ehy, Elettra, svegliati, ho un’idea, ti voglio aiutare ad essere
felice, ogni giorno. Vorrei che potessimo fare cose normali, non soffrire
e non vederti soffrire- le dissi scuotendola dolcemente per un baraccio
e svegliandola. Ero impaziente.
Lei aprì gli occhi, si accese una sigaretta: - Ma che cazzo dici,
a me non interessa, e poi sto bene così, voglio solo essere lasciata
in pace. Non capisco come mai non ti vada bene così com’è-
mi smontò con quel suo fare stizzoso. Eppure io la volevo aiutare:
- Tu non capisci, si vede che non sei felice, che non sorridi mai, che
non hai un equilibrio. Perché ti ostini a voler restare chiusa
nel tuo guscio del cazzo. Io voglio solo che siamo felici. Ascoltami,
per piacere-. – Ok, hai ragione, andiamo in terapia allora o, come
si dice, in analisi. Andiamo a sfotterci il cervello con le stronzate
e diventiamo due squallide statuette grigie e benvestite. Magari ci fanno
anche smettere di fumare gratuitamente- Elettra continuava a prendermi
in giro, sogghignava, ma aveva gli occhi lucidi per le lacrime. Era una
squilibrata, ogni giorno di più, ma io ormai lo ero più
di lei. Se lei stava precipitando da quel suo baratro nella Follia, io
ero già la Follia…ma il mio era completo stordimento amoroso.
C’era ancora un solo modo per farla guarire, per non far accadere
ciò che inevitabilmente sarebbe accaduto e che lei avrebbe detestato.
Io l’amavo, avrei fatto tutto per lei, perché lei stesse
bene e fosse serena. Era l’unico mio desiderio non vederla marcire
per quella gigante nevrosi del suo cervello.
Quello che mi diede Elettra in quel poco tempo in cui stemmo insieme fu
tutto quello che ora ho di bello….mi fece sentire la Paura, la Gioia,
le scosse di Emozioni Forti e la bellezza delle piccole cose. Mi fece
un buco nel cervello e ci buttò dentro la Vita Vera.
Dovevo aiutarla, che lei lo volesse o no. Ne ero certo.
Mi alzai per preparare il caffè. Per Elettra preparai the.
Versai il contenuto di mezza bottiglietta di uno dei suoi sedativi nella
tazza e gliela portai a letto.
Lei bevve tutto il the, fumò metà sigaretta e si lasciò
andare con la testa sul cuscino.
Poi mi guardò e mi disse: - Sei un bastardo pezzo di merda- e si
addormentò mentre io le accarezzavo i capelli.
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