Titolo: AN IDEAL HUSBAND Autore: Gaucho



Sylvia

Le mie amiche mi dicono sempre che sono fortunata, che John è il marito ideale.

Se penso alla prima volta che mi ha chiesto di uscire, ancora stento a crederci. Io ero una matricola, lui all’ultimo anno. Alto, biondo, con la riga da una parte, era il pupillo dell’allenatore di football e prendeva ottimi voti in legge. Dato che i miei genitori conoscevano i suoi, c’eravamo già parlati un paio di volte ma mai mi sarei sognata che mi facesse il filo. Quando si avvicinò al mio armadietto e mi chiese di andare con lui alla festa di fine anno, mi sembrò di toccare il cielo con un dito. Fu una notte indimenticabile: parlammo di football e università, ballammo il boogie woogie e alla fine John mi accompagnò a casa. Nei mesi successivi, fummo spesso al drive in: alla quinta uscita ci baciammo, alla quindicesima facemmo l’amore sui sedili reclinabili della sua auto rossa e senza capote.

Quello stesso anno, John si laureò a pieni voti. Due mesi dopo, quando già lavorava sodo nello studio legale del padre, mi chiese di sposarlo. Celebrammo il matrimonio in una chiesa del centro: sua madre volle che indossassi il vestito con cui lei si era sposata e gli invitati, tra cui il sindaco l’allenatore di football e le personalità della zona, accorsero numerosi. Il padre di John ci comprò un villino in un quartiere tranquillo: avevamo un prato all’inglese davanti a casa e il lattaio ci portava il latte ogni mattina.

Nove mesi dopo, partorii John Jr. e Mary, due gemelli. John non a torto mi fece notare che continuare l’università e badare a due figli sarebbe stato un impegno troppo gravoso, così abbandonai la facoltà di psicologia.

John è il padre migliore che si possa immaginare. Non fuma, non beve e ha sempre la situazione in pugno. Tutti i giorni, prende sulla sua macchina John Jr. e Mary e li accompagna alla scuola, che è sulla strada rispetto al suo studio. Sono io, invece, ad andarli a prendere, dato che non lavoro e ho molto tempo libero. Fin da quando avevano sei anni, John ha iscritto i suoi figli alla squadra di football della scuola: vuole che John Jr. sia un quarterback e Mary una majorette; alla domenica, li accompagna alla partita e incita senza sosta suo figlio perché sia spinto a migliorarsi e non diventi una pappamolle qualsiasi.

A Natale, che è uno dei momenti più belli per me e la mia famiglia, John riempie i suoi figli dei regali che gli hanno chiesto, di solito videogiochi e vestiti.

Il sabato di Pasqua, John riempie il suo Cherokee, io preparo le provviste e tutti insieme partiamo per un’escursione nelle montagne circostanti. Viene anche Maria la governante, una ragazza filippina. John e John Jr. vanno al fiume a pescare e più tardi facciamo un picnic tutti assieme.

D’estate, invece, io e i ragazzi andiamo per un mesetto al mare, in una villetta che John mi ha comprato per i dieci anni di matrimonio. Lui, purtroppo, non se la gode molto: è sempre molto indaffarato con il lavoro e preferisce restarsene a casa e non darci noia.

Per quanto mi riguarda, non so cosa si possa desiderare di più dalla vita. Adoro i miei figli. Vivo in una casa meravigliosa. Maria si occupa di tenerla pulita e in ordine, cosicché posso dedicare molto del mio tempo alle mie amiche, allo shopping e al mio hobby, l’oggettistica. Qualsiasi cosa desideri – che sia un gioiello o un vestito – non devo far altro che chiederlo a John. Al venerdì sera, John e io ceniamo con Craig, un amico di John, e sua moglie; io sono contenta perché dopo John dorme con me. Una volta al mese andiamo alla festa del club e allora John mi chiede di farmi bella e di non farmi scappare cretinerie mentre parlo con le altre mogli.

Non lo nego, ogni tanto capita anche a me di avere qualche preoccupazione: vedo John Jr. taciturno o sento Mary che piange in camera sua. Allora vado da John e gli chiedo se possiamo parlarne, ma lui mi risponde di non preoccuparmi, che non sta succedendo niente di grave e che non c’è niente di cui discutere.

John lavora moltissimo. Lo vedo solo di mattina e di sera tardi, le volte in cui torna dall’ufficio, dato che spesso è costretto a rimanervi. C’è da portare a casa il pane, mi dice. E’ sempre stanco e stressato, ma quando gli chiedo di raccontarmi cosa succede al lavoro, mi dice che sono faccende noiose e che non mi devono interessare. Un paio di volte mi è capitato anche di chiedergli se mi ama e lui mi ha risposto che non sono domande da fare, che la risposta la so già.

Io ci sono rimasta un po’ male ma mi sono detta che è lo stesso, in fondo sono anche troppo fortunata: John è il marito ideale, lo dicono tutti.



Marisa

Le mie amiche dicono che sto sbagliando tutto, che Roi è un bastardo.

L’ho conosciuto che saranno quindici anni, in un bar di periferia. Tanto per dire il romanticismo, c’era la carta da parati marrone. Ero lì per conto mio: all’ospedale mi avevano fatta incazzare parecchio e volevo bermi due birrette in santa pace. Al bancone c’erano due tizi: uno con un gran fisico aveva ordinato una birra, l’altro con la barba sfatta e le occhiaie si beveva un succo di pera. Quello col gran fisico mi attacca bottone: si chiama Cristobal e fa surf. Io gli do corda, faccio finta di starci, ma in realtà lo prendo per il culo. L’altro sta zitto. Mi piacciono i tipi timidi, mi viene voglia di portarmelo a letto e alla fine ci riesco. Prima di andarsene da camera mia, si scusa di non essere stato di compagnia al bar: da qualche tempo frequenta una clinica per disintossicarsi dall’alcool, una piaga che si porta dietro da una decina d’anni; è al primo stadio e senza un Martini in corpo non riesce a spiccicare parola. Non c’è niente da fare: ho come una calamita per i casi umani.

Per dieci mesi ci scopiamo una volta ogni tanto ma a me Roi comincia a piacere sul serio. Un giorno, arriva a casa mia col fiatone e la faccia tutta rossa, quasi in lacrime. Stai bene? - chiedo io. Da dio - risponde lui - non sai cosa mi è successo. Cosa ti è successo? - chiedo io. Non sai cosa mi è successo - ripete lui. Che palle - dico io – vuoi dirmi cosa cazzo ti è successo? Oggi ho finito la terapia - dice lui tutto emozionato, trema dalla felicità. Vuoi per l’entusiasmo vuoi per la voglia, scopiamo per un pomeriggio intero. Ho ancora un paio di polaroid che abbiamo scattato a letto, tutti sudati. Nove mesi dopo sforno una creaturina che si chiama Alicia.

Da lì in poi, bisognava mettere la testa a posto, almeno provarci. Roi comincia con una serie di lavoretti del cazzo tipo pittore, facchino, aiuto-cuoco, che per un ex-alcoolizzato vanno anche troppo bene. Col mio stipendio da infermiera ci saltiamo fuori e ci affittiamo pure un appartamentino in zona stazione con camera da letto, bagno e angolo-cottura di quelli che la bombola sta sempre per esplodere. Per regolarizzare la situazione con l’Ufficio delle Imposte e far tacere le suocere, ci sposiamo una domenica nella cappella della stazione. Cristobal, unico testimone, arriva in ritardo e praticamente vestito da surf, quel coglione.

In fin dei conti, Roi è un papà come si deve. Alicia con lui se la spassa. Per dire, è stata lei a raccontarmi che la settimana scorsa, per accompagnarla a scuola, Roi ha fatto tutto un giro strano, più lungo del solito, e dopo un po’ si è messo a chiederle: Ma hai proprio voglia di andare a scuola? Non ti annoi a scuola? Non è che ti va di venire al parco a mangiar le caldarroste? Lei voleva andare a scuola, allora lui ce l’ha accompagnata ed è rimasto cinque ore a parlare col bidello, Gianni, che stan diventando amici.

Roi ha la fissa che Alicia deve diventare una grande attrice di colossal, perché da piccolo andava al cinema anche dieci giorni di seguito a vedere Spartacus. Ad Alicia non gliene frega un bego di fare un corso di teatro, in compenso si esalta in fretta per altre cose tipo judo, batteria, softball, danze latine. Ogni volta che Alicia se ne salta fuori con una nuova, Roi tira delle gran madonne tra i denti. Ogni Natale, facendo finta di niente e senza farmi partecipe, continua a regalarle l’abbonamento del cinema Odeon.

Se nel weekend Roi ha qualche lavoretto da sbrigare, io e Alicia stiamo a casa per fargli compagnia e allora lui diventa peso perché ci ripete in continuazione che ci ama, che è troppo sfigato per noi, che non ci merita. Se non ci sono lavoretti da fare, Roi sta a casa lo stesso perché dice che non è giusto spendere i soldi che non si hanno. Io e Alicia, allora, andiamo al mare per i cazzi nostri. Invece d’estate andiamo tutti nella casa in campagna di mia madre, ci ingozziamo di sformati e di sera andiamo al Redi, il bar del paese, che a Roi piace perché può giocare a carte con un paio di vecchietti cazzuti.

Sinceramente, mi faccio un culo così. Lavoro duro all’ospedale e quando torno a casa ci sono altre faccende da sbrigare. Non che Roi batta la fiacca: cucina da dio e ha una gran mano per i lavori tipo fai-da-te, ma se gli chiedi di stirare sicuramente combina una cazzata.

Vivere con uno stipendio e mezzo è dura, così non ho mai una lira per me. L’unico mio passatempo è andare a correre con Alicia e un giorno può darsi che facciamo la maratona. Ogni tanto, io e Roi andiamo a berci una birra e un succo di pera con Cristobal, che sta con una bagnina. Ogni fottuta volta che usciamo da un bar, un qualsiasi bar, Roi parte a piangere perché e l’alcool e il bancone e il barista tutto gli ricorda un brutto periodo della sua vita. Io lo ascolto e mi dispiace che stia ancora male per quella roba lì. Dopo parto io a raccontargli i miei casini e, insomma, parliamo anche due, tre ore e alla fine lui dice sempre: Oh, Marisa, è tutto una gran merda ma tieni botta. Quando ci siamo sfogati ben bene a parole, ci salta fuori una gran voglia fisica e facciamo delle gran trombate che alla fine mi tremano le gambe.

Ogni mattina, Roi si alza per primo e ci prepara la colazione con anche la pancetta. Alla sera, quando torno dalla corsa, Roi è stravaccato davanti alla tv. Allora gli do un bacio, mangiamo qualcosa e a volte ci guardiamo un film già iniziato. In fin dei conti, penso che ci amiamo.

Sarà anche un bastardo, ma per me è il marito ideale.



Nell'anno 1895, Oscar Wilde dà alla luce "Il Marito Ideale". Nella commedia, Lady Chiltern è una rappresentante dell’intransigente sistema di valori dell’era vittoriana e venera in maniera assoluta suo marito Sir Robert. Il giorno in cui viene svelata un’antica colpa di Sir Robert, Lady Chiltern soffre una delusione cocente: non può sopportare che anche lui si riveli un ricettacolo di debolezze umane. Il marito ideale, sembra dire Wilde, non esiste. O, se esiste, è più o meno un bastardo, come gli altri. torna su

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