Marocco - diario
“Il vento soffia, sovrano e indifferente. Come sfuggire al tempo? Come renderlo meno pesante? Come non pensarci più?”
Tahar Ben Jelloun, Giorno di silenzio a Tangeri
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Chefchaouen, 5 agosto
Finalmente siamo in terra marocchina dopo un viaggio massacrante e piuttosto clandestino. Ora sto in una terrazza azzurra di un hotel di Chefchaouen e in faccia, proprio in faccia ho le vette verdissime del Rif, dove si rintanano i coltivatori di Kif, la mariujana locale. L’economia di questa tranquilla regione del Marocco sembra stare in piedi esclusivamente grazie alla produzione di fumo e ce ne siamo accorti appena scesi dall’autobus, quando un paio di tizi poco affidabili c’hanno affiancato, seguito sino all’hotel, quindi convinto (per sfinimento) a comprare 150 dirham di fumo, che la sera abbiamo scoperto somigliare inequivocabilmente all’henné della merceria di sotto.
Sulla terrazza, assieme a me, un paio di giovani marocchini - avranno sedici anni - sgranocchiano qualcosa di molto simile ai nostri pistacchi, però nero: probabilmente nei prossimi giorni ne saprò di più sulla frutta secca locale. I ragazzi discorrono nel loro idioma di consonanti aspirate e fonemi avvolgenti. Poco più in là, un tizio sui quarant’anni: non ha nulla dell’arabo e, visibilmente nervoso, sonda le montagne con un binocolo, come per trovare qualcosa che però non trova, per questo si innervosisce sempre di più, s’accende un mozzicone di canna, cammina avanti e indietro e gli trema la pancia.
Il gruppo, a tratti si sfilaccia. Dopo l’esperienza del fieno-henné pagato una fortuna e comprato più per indecisione che per vizio, ci sono stati i primi malumori, sedati in fretta grazie a dio.
L’aria attorno alla terrazza comincia a riecheggiare di suoni che confondo prima per muggiti di bue, poi per rombi di moto lontane. Solo alle prime modulazioni li riconosco come preghiere che i muezzin intonano dai minareti, in un inseguirsi e anticiparsi di misteriose domande e risposte. Per la prima volta nella vita partecipo direttamente, seppur in veste di spettatore, all’Islam. Questo è Islam, se non fosse che i due ragazzi al mio fianco cominciano a fare il verso ai loro vecchi: se la ridono, i due, mentre sulle note della preghiera simulano i vagiti di un amplesso da film porno di seconda categoria. E io, mangiapreti dalla nascita, non posso rimproverarli se non per il fatto di avermi rovinato la poesia di un tramonto magico alle pendici del Rif. |
Chefchaouen, 6 agosto
Mi sono svegliato per primo, nel mattino di Chefchaouen. L’aria è calda ma secca e tra le lenzuola non c’è l’attaccaticcio delle notti sudate.
Ci alziamo e andiamo a fare colazione nella piazza principale; la medina è meno frenetica della notte precedente e le persone più rilassate, concentrate.
Superato l’impatto con l’Africa, è come se questa cittadina di muri turchesi ci abbia finalmente accolto: i vicoli, i baristi, i poliziotti, il souq. Mercanteggio per un braccialetto di metallo color argento e pietre blu, e forse il berbero (o almeno così lui si proclama) mi sta rifilando una patacca, ma è lo stesso: non si dica in giro che tornerò da mia madre a mani vuote, senza nemmeno un presente. Non lo si dica: la mamma è sacra, anche quando non la si sopporta.
Abbiamo fumato e riso, ieri sera, e continuiamo oggi pomeriggio. Perché queste montagne vogliono possederti, sedurti e gli piace farsi guardare, farsi fumare.
L’ultimo ricordo di Chefchaouen: una doccia scrostata tra pareti celesti. Poesia celeste. |
Chefchaouen-Fes, 8 agosto
Un viaggio surreale attraverso il Rif su un autobus in cui forse siamo gli unici ad avere pagato un biglietto eppure gli unici a non aver posto; un capo sudato estrae seggiolini da altri seggiolini e alla fine siamo stretti e scomodi ma inspiegabilmente felici. Litigi sguaiati, un tizio incappucciato che vomita, facce furbe, insulti, una vecchia con un occhio cucito. Il viavai di pedaggi è accompagnato da frasi secche e spesso a pagare non è il diretto interessato ma qualcun altro, secondo un sistema a spirale di calcoli e mani che misteriosamente mette tutti d’accordo, alla pari.
Al mio fianco, Moustafa, un ragazzo di Ketama: “Ketama. Fumar bueno”, mi dice sorridendo. Eh, lo so, caro Moustafa, fumar bueno ma non possiamo farci fregare soldi da ogni spacciatore del Marocco.
Dopo 7 lunghe ore interrotte da fermate (non programmate), siamo nella spianata gialla che ci condurrà a Fes. Giallo e puzzolente è anche il liquido che a un certo punto mi sfiora la faccia: un vecchio tre sedili più avanti ha svuotato fuori dal finestrino la sputacchiera in cui ha scatarrato per tutto il viaggio ma il contenuto è rientrato dal finestrino successivo e dopo avermi schizzato si è spiaccicato per terra. Mi viene da vomitare dallo schifo.
Arrivati a Fes, tribù di bambini ci assalgono proponendoci hotels e tour della città. Buffo da pensare, siamo completamente nelle mani di questi under 10 tutt’ossa, sdentati e pieni di cicatrici.
Scegliamo un hotel a caso tra le decine che circondano la Bab-el-Jeloud, la porta principale. Il punto è turistico ma l’atmosfera è buona. Al confronto, le viuzze di Chefchaouen sembrano muoversi a un ritmo lentissimo e regolare. Nel volgere di un’ora vedo passare: asini, betoniere sgarruppate, turisti che si fanno adescare, un marocchino albino, un vecchio che vende vegetali a stecco da usare come stuzzicadenti, due camerieri che si azzuffano. Per come è disposto il tavolo a cui stiamo pranzando, Alle è seduto praticamente di fianco a un signore che, con uno sguardo tra lo ieratico e lo scocciato, si beve un caffè davanti ad un negozio di barbiere, porgendo una mano molle a chi viene a salutarlo.
Dopo questo pranzo anomalo (sono le cinque di pomeriggio), la stanchezza ci intontisce e ci incatena al letto. Dormiamo e recuperiamo forze. Domattina Fes avrà da mantenere le sue promesse e noi dovremo buttarci sconsideratamente nel labirinto della sua medina. |
Fes, 9 agosto
Io e Botta siamo di nuovo in hotel dopo un tour estenuante per la medina. Nostro accompagnatore è stato Moren, un bimbo con una cicatrice per niente amichevole sulla faccia è il pregio di essere più insistente dei suoi colleghi.
Io sono stanco dopo una contrattazione infinita in un negozio di pelli. Ne siamo stati cacciati in malo modo a causa della mia testardaggine a non mollare su un prezzo. Moren, il commesso, il proprietario, tutti e tre se la sono presa terribilmente per non essere riusciti ad incassare la propria parte. Non è una sensazione piacevole: dal momento in cui ti adocchia, questa gente crede di sapere perfettamente quanta parte del tuo denaro entrerà nelle loro tasche; e non accetta il fatto che la sua previsione possa finire smentita.
Sopporto a fatica che mi si tratti come il turista medio, ricco, stupido, occidentale e privo di carisma. D’altra parte, non so in che altro modo potrebbe funzionare, dato che la città è così complessa e io naturalmente inesperto. Vorrei riuscire a muovermi per queste vie con l’impressione che, se perderò l’orientamento, sarà dove lo avrà voluto il destino e non dove lo avrà deciso un bimbo sconosciuto o un gioielliere pedante. Labirinti marocchini. |
Fes, 10 agosto
L’incontro con Zaccaria, un giovane marocchino allampanato, con la faccia da bimbo e i capelli ossigenati. C’è subito qualcosa di anomalo: parla in perfetto accento varesotto. Ci spiega: è emigrato in Italia quando aveva tre mesi, adesso ha diciannove anni e torna a Fes solo d’estate, per vedere parenti ed amici. Il modo con cui aggancia Pippo per strada è quello di tutti gli altri, non so se fidarmi, un bimbo dei soliti mi zampetta attorno facendomi ripetuti segni di stare in guardia. Alla fine Zaccaria ci convince: offriamo a lui e al suo amico Abdellah un tè alla menta in un bar fumoso del souq.
Zacca ha vent’anni, a Varese lavora come carpentiere e studia alle serali, ha una fidanzata ma a quanto racconta durante le vacanze marocchine mantiene una brillante attività sessuale. Ci descrive la sua famiglia: vive con la madre e le sorelle; il padre è morto un anno fa in un incidente di lavoro e quest’ultima cosa la dice tra i denti, come se non scandire quelle parole potesse rendere la verità meno vera e dolorosa.
Abdellah parla solo l’arabo ma Zacca ci fa da traduttore: ha già tentato tre volte di passare clandestinamente lo stretto di Gibiliterra ma è ancora a Fes, disoccupato. Compra le sigarette una a una, a 2 dirham - venti centesimi - dai vecchi della medina.
Finisce che ceniamo a casa di Zacca. E’ un parallelepipedo di tre piani, con un salone a cielo aperto. Perso nella medina, vi si accede attraverso un vicolo largo quanto due uomini e buio da far paura, dove alcuni bimbi giocano a pallone. Al piano terra, nel salone, la madre, le sorelle e un numero imprecisato di cugini, nipoti e marmocchi vari si muovono tra cumuli di biancheria e divani sgargianti, di cattivo gusto. Al primo piano, in una delle stanze laterali, Zaccaria ci prepara la tavola. La stanza è disadorna, come pure i muri, sui quali campeggiano ad un’altezza spropositata solo i ritratti, in stile technicolor, di alcuni dei membri della famiglia. Il menù è insalata, keftah e melone, di quelli fuori gialli e dentro bianchi che si trovano in Marocco. Mangiamo con le mani, prima un po’ timidi poi abboffandoci: tutto è più buono che nei ristoranti da turisti.
Dopo cena, si aggregano alcuni amici. Zacca accende la tv e cerca le frequenze italiane, poi è il momento della radio che però non funziona; Zacca insulta un amico che a quanto pare l’ha presa a prestito e l’ha rotta. Andiamo sulla terrazza e ci fumiamo qualche sigaretta davanti alla spianata di tetti della notte di Fes. Più tardi, tiriamo fuori qualche soldo per comprare birra a uno spaccio e scopriamo che l’alcool è facilmente rintracciabile ma carissimo. Hashish ne abbiamo anche noi ma l’interesse dei ragazzi di Fes cade indiscutibilmente sulle nostre cartine: Smoking lunghe, qui sono un lusso.
Un amico di Zacca è particolarmente buffo: si fa chiamare Shaggy per una supposta somiglianza con il rapper nero di ‘Boombastick’. Ha i capelli rasta e al contrario dei suoi compagni di Fes veste alla moda occidentale e ostenta appena può un inglese precario. Vanta un’infanzia a Melilla, avamposto spagnolo in Marocco, e diversi tentativi di fuga verso l’Europa e in particolare l’Italia; il prossimo prevede arrampicarsi di notte su un traghetto per mezzo di una corda e una volta a bordo, spacciarsi per giamaicano; quando parla dell’Italia, gli si illuminano gli occhi, ripete ossessivamente l’augurio ensha’llah (che lo voglia Allah), si definisce un ‘italiano del deserto’ e suscita in me un sentimento variabile tra la simpatia e una sconfortatapietà; nel belpaese dice di avere una sorella – cosa abbastanza comune in Marocco – e uno strambo progetto per sopravvivere da clandestino e malfattore nel porto di Genova. Nel frattempo, si muove con una dinamicità rara per la gente di queste parti, ronzando in lungo e in largo per Fes in cerca di turiste da sedurre: giapponesi, americane, tedesche, canadesi. Durante la sera ci domanda in rapida successione se possiamo portarlo con noi e se riusciamo a procurargli un passaporto falso. Ci dispiace, ma entrambe le cose non sono in nostro potere. |
Medio Atlante, 11 agosto
Il destino (ensh’allah): mai preso una multa per eccesso di velocità in vita mia, la prima arriva appena fuori dalla cittadina di Azrou. Un fantomatico autovelox mi scova a fare i 60 km/h in una strada – deserta – in cui il limite è dei 40. Risultato: 400 dirham che il gruppo – magnficenza del comunismo- si accolla nonostante la colpa sia esclusivamente mia. Ci coglie il dubbio che qualunque velocità stessimo facendo, in qualunque strada, con qualunque limite, il risultato sarebbe stato lo stesso: qualche soldo in più nelle tasche dei poliziotti marocchini, qualche soldo in meno nelle tasche di turisti qualsiasi.
Proseguiamo attraverso scenari maestosi e larghissimi, che ci danno una misura dell’Africa. Una volta saliti sul Medio Atlante, ci culliamo in quota su un altipiano che sale e scende con dolcezza. Attorno prevale il giallo di questa meseta maghrebina interrotta ogni tanto da distese di ulivi o boschi di conifere. Il cielo e le nuvole sono bassi e circondano la nostra auto.
Al tramonto arriviamo a Kasbah Tadla, accogliente cittadina di 20.000 anime, alle pendici dell’Alto Atlante. Qui la gente sembra più cordiale, tranquilla: ci salutano per strada e solo un bimbo, per ora, ci chiede qualche dirham. Forse assieme ai duecentocinquanta chilometri di oggi ci siamo lasciati alle spalle anche l’etichetta del turista medio. D’altronde, è merito nostro se ci siamo allontanati dai circuiti abituali di Chaouen e Fes in cerca di qualcosa che ci dia la misura dell’Africa vera, quella povera e affascinante, difficile e retrò. Stranieri, qui, devono vedersene pochi, e a me diverte sentirmi una rarità. Anche l’hotel - deserto e probabilmente non da ieri - ci accoglie, e lo fa in tutto il suo splendore: cenci attorcigliati tengono assieme i piedi dei letti, le reti sono sfondate, i muri giallognoli, i fili della luce scoperti. In una stanza dal soffitto ricoperto di gommapiuma sta la doccia, un minuscolo filo d’acqua gelida: osservo me stesso stanco e nudo in uno specchio arrugginito che pubblicizza birra andalusa. Non capisco perché, ma il padrone dell’hotel insiste perché ci dividiamo in tre stanze: mi offro volontario per la stanza singola e mi addormento a fatica tra la solitudine, le porte cigolanti e il buio pesto del corridoio. |
Alto Atlante, nei pressi di Imilchil, 12 agosto
Notte tremenda: se fantasmi berberi hanno infestato il mio sonno, non è andato meglio il risveglio, prematuro e sporcato di vomito e diarrea consumati in un bagno color vomito e diarrea. Gli altri hanno avuto solo il caghetto, che ci ha abbandonato raramente da quando siamo qui.
E’ mattina e ci inerpichiamo sull’Atlante, lungo una strada in costruzione i cui lavori saranno in corso ancora a lungo. Maghrebini impolverati ci fanno cenni con la mano. Incrociamo baracche berbere: donne a dorso di mulo ci attraversano la strada, bambini a piedi nudi sgranano gli occhi, inseguono l’auto. Ci facciamo strada tra greggi di pecore. A quota 2000 metri, in uno scenario marziano di vette bollenti e completamente brulle, un tizio a piedi ci chiede dell’acqua. Tre curve dopo, come un apparizione, una enorme macchia blu persa nella montagna: il lago. Ci avviciniamo: ci sono anche un hotel e un ristorante, dove ci preparano cinque uova strapazzate, non c’è nient’altro. Imilchil è vicina ma decidiamo di fermarci qui: in riva al lago c’è una tenda berbera, pronta a concedere sollievo orizzontale alle nostre membra. |
Gole del Todra, 13 agosto
Nonostante il freddo e qualche zuffa notturna di cani randagi, è una notte riposante.
Appena sveglio mi concedo un tuffo nel lago: acqua gelida e spirito tonico.
Il paesino di Imilchil si spiega nello sguardo composto del ristoratore Mohamed: una vita lenta in cui a sorsi di tè si aspetta la prossima carovana di turisti.
L’incontro più interessante di questa tappa è quello con un berbero di mezz’età dall’occhio vispo e la parlata suadente: ci accoglie, si informa sul mio piercing, poi ci invita a vedere i suoi tappeti; gli dico che non abbiamo tempo e lo saluto: “A la prochaine”, lui non se la prende: “Ensha’llah”, risponde, ci stringiamo forte la mano ed è un grande addio.
In auto, imbocchiamo una pista non asfaltata di cinquanta chilometri che ci condurrà alle Gole del Todra. Siamo costretti ad avanzare ai 20 all’ora e di tanto in tanto ci imbattiamo in un bivio con fantomatiche segnalazioni in arabo, che superiamo accartocciando le mappe e affidandoci all’istinto. Il paesaggio in cui ci muoviamo a più di 2000 metri di altitudine è quanto meno anomalo: l’auto sguscia in una sottilissima valle verde e coltivata con ordine; ai lati della valle due catene parallele e desertiche; i villaggi sono fortezze dello stesso colore della montagna, fatte di case basse e lunghe.
Per ciascun abitato che attraversiamo, una frotta di bambini corre dietro all’auto per centinaia di metri, implorando: “Merci, monsieur, merci, merci…”; esaurisco le biro che avevo portato allo scopo e do fondo alle monetine di piccolo taglio ma è impossibile accontentarli tutti e quelli che restano a bocca asciutta se la prendono e ci mandano a quel paese. Ogni tre di loro, come visioni, bambine bellissime con scialli blu notte e tatuaggi sulla fronte.
A quota 2706 – e prima di scendere verso le Gole – facciamo una sosta in un bar surreale, composto da una grotta e da una tenda berbera perse nel nulla. Qui, un giovane dagli incisivi sovrapposti mi indica dove siamo, mi spiega la differenza tra le diverse tribù berbere e infine ci prepara un tè, probabilmente l’unico prodotto presente sul menù del suo locale. Gli scatto una foto e lo salutiamo.
Nel discorrere, nel sorridere, persino nell’accettare le mance c’è tra i berberi di queste parti una cortesia modesta e sincera, che non ha nulla a che vedere con la scaltra aggressività di certi arabi.
Scendiamo verso le Gole, con una sosta in un ristorante: i bambini ci guardano straniti mentre divoriamo (con le mani) cinque uova strapazzate.
Ricomincia l’asfalto e in men che non si dica siamo alle Gole del Todra, pareti di roccia arancione (rosa al tramonto) che proteggono con il loro sinuoso incedere la strada e il viaggiatore: qui ci sono molti turisti e tutto sembra normale, troppo normale rispetto agli incontri di qualche ora fa.
A pochi chilometri dalla povertà nera, il denaro danza allegramente di tasca in tasca, come se niente fosse. |
Merzouga, Erg Chebbi, 15 agosto
Escursione in stile coloniale nell’unica isola di deserto sabbioso del Marocco: dromedari, folklore berbero e tasche alleggerite. Le dune sono arancioni e gialle e rosa, a seconda dell’ora.
Mentre vedo sorgere il sole arrampicato su una duna, l’impressione è di trovarmi di fronte a una grande distesa tranquilla dove il tempo si insinua lento o forse non scorre affatto.
Con o senza dromedario, la filosofia di chi viaggia nel deserto è questa: meglio raggirare gli ostacoli che prenderli di petto; il breve tragitto della nostra carovana è un biscione tra le dune. C’è in questo insistente meccanismo elusivo una saggezza primitiva, condivisa da chi ha la pelle bruciata e la gola secca.
Non c’è ragione di inseguire la fatica: ci raggiungerà presto e senza che l’abbiamo cercata. |
Ouarzazate, 16 agosto
Tra il deserto e il mare, una tappa a Ouarzazate, città di media grandezza tra l’estremo sud e Marrakech. Dormiamo in un hotel misterioso, frequentato contemporaneamente da prostitute, turisti e uomini d’affari. Troviamo una pasta italiana e ce la cuciniamo sulla terrazza.
Il nostro uomo è Jamal, arabo dai lineamenti sfuggenti che ha vissuto in Italia e ci parla con uno spiccato accento toscano: nel suo curriculum qualche anno da carpentiere in Sicilia, poi lunghe stagioni da cantiniere a San Gimignano. Ora è di nuovo a casa e a Ouarzazate, la mecca del cinema marocchino, fa da interprete tra le produzioni italiane e la manovalanza locale. Ci parla dei grandi che ha incontrato: Ridley Scott, Jeremy Irons. Poi ci porta agli Atlas studios: immense costruzioni di cartongesso – colonne, porte, scalinate – scenografie di film passati che ora crepano alle intemperie, sullo sfondo del paesaggio desolato del Marocco meridionale. I lacrimoni finti del cinema. Jamal ce l’ha fatta: si è occidentalizzato, ama l’Italia e detesta l’inefficienza del sistema marocchino; nonostante ciò, è tornato a casa, ha fiducia nel re e nelle sue riforme, crede che con l’aiuto degli Usa – il Marocco è stato il primo Paese a riconoscerne l’esistenza legale, nel 1776 - le cose miglioreranno. Lo lasciamo con le sue convinzioni e con i soldi per pagarsi il taxi di ritorno ed imbocchiamo la strada che ci porterà ad Essaouira via Marrakech.
Gli scenari sull’Alto Atlante sono meravigliosi: donne si caricano sulle spalle fasci d’erba e si incamminano verso i propri villaggi, terra rosso fuoco che lampeggia al tramonto. Non fermarsi è una pena. Una sosta veloce ci è concessa invece in un autogrill lungo la superstrada che porta a Marrakech: ci troviamo immersi in un potenziale non luogo, dove l’essenza del Marocco si perde fra ristoranti, supermarket e moderne cabine telefoniche. |
Essaouira, 18 - 19 agosto
Ad Essaouira, porto marocchino e penultima tappa del nostro viaggio, arriviamo di notte. Il lungomare non ha nulla da invidiare a quello di qualche località sull’Adriatico, le ragazze girano scoperte, ti guardano e ti sorridono. Troviamo un hotel sgarruppato (Les amis), buono per una notte che trascorro tra gli spasmi della diarrea. Al mattino troviamo un appartamento lussuoso nel centro della Medina: qui ci fermiamo, a smaltire caghetto e malditesta.
I vicoli hanno muri bianchi, finestre azzurre e odore di porto; di notte diventano bui e intricati, ci si perde l’orientamento e viene paura. L’oceano è freddo e ostile, la spiaggia ventosa. Nel viavai della spiaggia e del souq, siamo inconsapevolmente confortati dall’occidentalità della situazione: i giovani portano capelli lunghi e rasta, alcune ragazze si scoprono senza vergogna. Acquistiamo babouches e borse fatte a mano dal pellaio Rashid. Alla sera, al porto, mangiamo una quantità smodata di pesce fresco e paghiamo l’equivalente di cinque euro.
In un bar, alziamo lo sguardo verso la tv: le Olimpiadi di Atene entrano nel vivo e l’Italia è a quota sei nel medagliere. Noi, stanchi, ci dirigiamo verso Marrakech, crocevia rosso del Marocco meridionale. |
Marrakech, 21 agosto
Sono le ultime ore in Marocco.
Marrakech è rossa, rumorosa e bollente.
Nel souq si contratta agilmente: i mercanti abbassano il prezzo in fretta, come pentiti per la patacca che ti stanno rifilando. Compriamo bicchieri, scialli, collane; per un pelo evitiamo l’acquisto sciagurato di un’improbabile tromba da araldo in un souq tutto d’oro da Mille e una Notte. Nel souq delle spezie, montagne di polveri di colori diversi e odori intensissimi: sniffo la ‘coca marocchina’ – nerissima e del tutto simile al Vicks Sinex – e vengo omaggiato di Viagra marocchino – radici da bollire nell’acqua, non si sa mai che mi tornino utili. Constato placidamente che da quei vicoli dai tetti di paglia intrecciata è impossibile uscire a mani vuote: la varietà e i colori delle merci, i modi mielosi dei commercianti fanno sì che senza nemmeno accorgersene uno si trovi rinchiuso in una distesa di oggetti, con una collana al collo e una babbuccia al piede destro. E’ un’attività faticosa: ad un paio di commessi rispondo sorridendo che sono giapponese e approfitto del loro momento di sorpresa per defilarmi.
Stanchi, diarroici, accaldati, con gli zaini strapieni, anche il caos della Djemaa-el-Fna – la piazza principale, un avvicendarsi continuo di attrazioni accompagnato da rulli di tamburi – ci coglie impreparati. Eppure nel mix sgarruppato di incantatori di serpenti, vecchi saggi, saltimbanchi e cantastorie mi sembra di scovare un’epifania: non mi trovo di fronte ad un semplice baraccone per turisti bensì al bestiario stesso che è il mondo. Un mondo truccato.
Più tardi, lungo una sorta di circonvallazione, ci imbattiamo in un gruppo di anziani. Stanno seduti per terra – ciascuno su un pezzo di cartone delle dimensioni di un culo – e giocano a dama con una foga che mai vista: si deridono a vicenda mentre spostano violentemente i propri pezzi – tappi di plastica colorata – sulla scacchiera; c’è anche un curioso sistema di scommesse in cui le puntate sono pezzetti di carta bianca.
E’ un’ottima scena per congedarsi dal Marocco. Domani, a Tangeri, ci imbarcheremo per l’Europa, da clandestini di lusso. |
Speciali |
Italia-Marocco
Come vuole l’anima postmoderna della nostra generazione, non resistiamo alla tentazione di un Italia-Marocco in pieno stile Salvatores. E’ Zacca, il varesotto di Fes, a proporcelo. Seguiamo lui e il team marocchino fuori della Medina e raggiungiamo una spianata di campi di calcio e calcetto, saranno una decina, tutti pieni di divise sgarruppate, bandana, scarpe da tennis. Sotto di noi il fiume, di fronte la città nuova. Zacca e i suoi amici si appropriano di un campo, cacciando un gruppo di bambini da cui l’Italia preleva un portiere alto la metà della porta. Italia-Marocco comincia: loro, a parte Zacca e Abdellah, sono goffi e fallosi; noi ancora di più, Ciuffo non trova lo spunto e Alle non ha le scarpe da ginnastica. Un tramonto velato di nubi cupe scende sulla partita e disegna uno scenario apocalittico e indimenticabile. Faccio un tunnel al rapidissimo Abdellah e sancisco così il primato del catenaccio sulla dribblomania maghrebina.
Alla notte, dato il numero imprecisato di giocatori, mischiamo le squadre e riprendiamo a giocare in mezzo a una strada di Fes: toccare la palla significa essere circondati da un nugolo di bambini che ti si insinuano tra le gambe, soffiandotela. Chi sta in porta, ha un doppio compito: parare le staffilate degli avversari ma soprattutto spostarsi velocemente quando i fari di un auto appaiono oltre la curva, diretti esattamente tra i due pali. |
Re
Temuto da alcuni, adorato da altri, segretamente maledetto da molti, il Re è un personaggio leggendario, sospeso tra la dimensione corporea e quella simbolica. Tutte le città - anche le minori - possiedono almeno una via o una piazza intitolata a Muhammad V, primo re marocchino dopo l’indipendenza. A lui sono succeduti Hassan II e poi Muhammad VI, che governa tuttora tra spiragli di democratizzazione e preoccupanti residui di oscurantismo. L’icona del re attuale accompagna in maniera asfissiante la vita quotidiana marocchina: entri dal barbiere e c’è una foto del re che si fa la barba; entri da un ottico e c’è una foto del re con gli occhiali da sole; entri in un bar e c’è una fotodel re che si beve un tè alla menta. A fine giornata, la faccia del re ti ha talmente rotto le palle che se te lo trovassi di fronte per strada gli tireresti un cazzotto. |
Hammam
Nelle città, gli hammam sono parecchi, almeno uno per quartiere. Alcuni sono accessibili solo agli uomini o solo alle donne, altri hanno l’orario spezzettato tra i due sessi. La promiscuità è ovviamente bandita.
E’ sera inoltrata quando Zacca, l’amico di Fes, ci porta all’hammam, pagandoci pure l’ingresso. La prima stanza è un grande atrio con panche e grossi armadi di legno. Ci infiliamo i nostri braghini hawaiani e sotto lo sguardo un po’ invadente degli altri clienti non possiamo evitare di sentirci intrusi in questo mondo sacro e millenario di acqua e calore. Ci sediamo a terra nella stanza tiepida: attorno a noi, piastrelle scrostate che lasciano adito a qualche dubbio riguardo all’igiene del luogo; di fronte a noi, le membra rilassate di altri per cui questo percorso di riposo e pulizia è un rito quotidiano. Passiamo alla stanza calda, al centro della quale troneggia una fonte bollente, a cui è meglio non avvicinarsi. Attorno a noi si aggirano un paio di tizi dagli slip attilatissimi e neri – uno grasso assomiglia ad un lottatore di sumo, l’altro è asciuttissimo e dai lineamenti affilati; capiamo troppo tardi che si tratta dei nostri carnefici: il lottatore di sumo prende Zacca, gli ordina di sdraiarsi e con movimenti violenti accompagnati da sospiri e strilli comincia a torcergli le braccia, incrociargli le gambe, sedervicisi sopra. Finito con Zacca, tocca a noi: assistiamo terrorizzati alle smorfie dei compagni e resistiamo stoicamente al nostro turno, tranne Botta che viene messo bruscamente da parte nel momento in cui il pavimento si tinge di gocce di sangue provenienti non si sa perché dal suo naso. Passiamo ad un’altra stanza tiepida, dove ci sono stati messi a disposizione grandi secchi di acqua di tutte le temperature, la più tonificante da gettarsi in testa è quella gelata. Restiamo ancora lì ad oziare, fissando il muro. Poi lo smilzo ci prende uno a uno da parte e con una spugna grezza infilata nella mano ci strofina con decisione tutto il corpo. Durante questa cerimonia di sfregamento, il tizio attira spesso la mia attenzione con uno schiaffetto sul braccio: è per mostrarmi con sguardo di rimprovero quanto nero ha accumulato in pochi secondi sulla spugna; io abbasso gli occhi, pentito; quando mi strofina il volto, sono costretto a chiudere gli occhi, e mi sembra di essere tornato bimbo, quando mia madre mi lavava la faccia. Ci risciacquiamo, ci asciughiamo e ci rivestiamo. Usciti dall’hammam, è notte fonda: io mi sento più leggero e pulito che mai; le nostre membra sono molli e questa antichissima cerimonia igienica ci ha definitivamente contagiati, convinti. |
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