Titolo: Mare dentro, di Alejandro Amenabar Autore: Josè
Mi hanno sempre annoiato molto i misticismi.
Mi fanno pensare alle persone che necessitano camuffare la vita con abiti artificiali come alternativa al sopportare la sua crudezza.
Alcuni si ricoprono con un aurea di misticismo per elevarsi più in alto rispetto agli altri mortali; basti pensare che tutti coloro che si credono “reincarnati” sostengono di essere Cleopatra, Giulio Cesare o Gesù Cristo e mai un servo della gleba del secolo X, che doveva sottomettersi al signorotto locale che oltretutto, per ringraziarlo, si scopava sua moglie.
Altri fuggono verso un mondo indimostrabile pensando che l’importante si trovi in quello e non in questo, dove si ha invece la sensazione di aver sbagliato nel passato, di essersi ripetuti nel presente e di avere tutte le carte in regola per fare lo stesso nel futuro. Come nel caso delle religioni insomma.

E a me Amenabar è sempre sembrato un buon rappresentante di questo modo di pensare.
Sì, Amenanar mi stava anche sulle balle.

Sono dunque rimasto sorpreso di come questo illustre illuminato si sia potuto calare con tanta sicurezza, tanto pienamente e al tempo stesso tanto profondamente nei panni di persone reali, con problemi reali. Ed è questo il risultato più stupefacente del film, la mancanza di ostentazione, di quel finto accrescere con trucchi cinematografici la drammaticità della vita. Ed è come fece Robert Redford in “Gente comune”, la verità non ha bisogno di effetti speciali se raccontata bene.

Ma c’è molto altro da dire. Il personaggio di Sanpedro è talmente interessante, tanto pieno di umanità che la sua vita e i suoi particolari problemi con la vita risultano appassionanti.
Voglio menzionare inoltre il piacere che ho provato vedendo l’immagine che mostra il “buon fare” della chiesa di fronte all’intelligenza di Sanpedro e all’immensa carica di umanità di sua cognata (che è colei che si prende cura di lui e che gli vuole bene). Questo sì che significa colpire la chiesa dove le fa male. Se si ha intenzione di dimostrare le carenze di questa “deplorevole” istituzione non occorre fare altro che mostrarla in tutta la sua realtà (apprenda il caro Almodovar, che ha “cagato fuori” con le tante speranze che riponeva ne “La mala educación”...).

Gli altri personaggi, una meraviglia. Tutti, senza alcuna eccezione. Lo spaccato che il regista fa della personalità di questi esseri umani che circondano Sanpedro è perfetto. I loro dialoghi sono a volte brevissimi, ma l’efficacia con cui Amenabar li descrive non necessita altro.
Forse tra tutti si potrebbe segnalare la cognata (che si occupa di Sanpedro), che con un dialogo quasi inesistente riesce a dire tante cose, dimostrando come l’essere misurati nelle parole non significa essere vuoti, indifferenti e poveri di spirito.

Mi ha impressionato la colonna sonora che, composta dallo stesso Amenabar, risulta perfetta tanto in qualità come nel suo modo di aderire ai personaggi.
E sullo sfondo, è stata ottimamente trattato il tema dell’eutanasia, da un lato nel sostenere l’idea, in parte ovvia, secondo cui cui lo stato non deve impedire il suicidio né che si aiuti chi non può farlo da solo, e dall’altro nel mostrare la comprensione verso chi ha deciso di togliersi la vita, un’idea che spaventa (mi ha colpito particolarmente vedere la decisione con cui Sanpedro ingerisce il veleno, la mancanza di dubbi, il non titubare nemmeno un attimo). Grazie alla perfetta esposizione di Amenabar si comprende perfettamente la disperazione di un uomo che passò più di 20 anni vivendo in questo modo.
Vedere questo film è qualcosa di più che godere di buon cinema, è avvicinarci alla parte più profonda dell’animo umano.