Quando
ero ancora un paffuto bambinello delle scuole medie (allora non avrei accettato
che mi si chiamasse così) capitai in una banda di amici dove si parlava
con entusiasmo di gnomi, gnometti, guerrieri, maghi, alberi parlanti. Manco
a dirlo, stanco di soldatini e omini del Subbuteo, caddi senza controllo nella
spirale del fantastico. Passavo ore esplorando le anomale strutture di quei
mondi altri, sognando talvolta di essere un elfo, talvolta un luminoso guerriero,
quasi mai un throll (e chi vorrebbe esserlo). Nella mia libreria avevo un libro
illustrato: il Signore degli Anelli di Tolkien parte I tratto dall’omonimo
cartone animato di una produttrice se ricordo bene sovietica (le parti II e
III non furono mai realizzate, il cartone faceva troppa paura e i bimbi uscivano
dalla sala con traumi permanenti). Lessi il libro illustrato e, soddisfatto
della scorciatoia che mi ero concesso, passai ai libri II e III, stavolta in
versione integrale. Ricordo con discreta esattezza i giorni veloci passati a
sfogliare una dopo l’altra quelle seicentosedici pagine. Alternavo spesso
la lettura del testo con quella della mappa che Tolkien aveva predisposto all’inizio
del libro: su quella comparivano nomi ermetici come Eriador o Barad-dur, altri
suggestivi come Bosco Atro o Colli di Vespro Oscuro. E pensavo che era un peccato
che la mia via non si chiamasse Strada Ferrosa (dato il ferramenta che da sempre
ne detiene il monopolio commerciale) e il mio amico Pietro, che so, Pethernur.
Furono, come detto, giorni veloci: leggevo con assiduità e coinvolgimento,
e le pause naturali (andare a scuola, mangiare) mi trovavano intontito, disorientato.
Tuttora considero quei giorni in compagnia di Tolkien come una delle esperienze
di lettura più totali che abbia mai provato: voltavo le pagine inseguendo
qualcosa che, ne ero certo, si nascondeva nella riga successiva e in quella
dopo ancora e in quella dopo ancora, secondo un meccanismo di propagazione incontrollata
del desiderio. Potrei sbagliarmi, ma non ricordo di aver voltato alcuna pagina
con l’inerzia di chi non sa che altro fare, cosa che in seguito mi è
successa un’infinità di volte.
Quando un paio d’anni fa si incominciò a parlare di un misterioso cast che nella sperduta Nuova Zelanda stava girando il film del Signore degli Anelli fui incuriosito, sedotto. E spaventato dalla certezza che i personaggi e i luoghi cui avevo dato forma liberamente (seppure con l’ispirazione delle illustrazioni del libro del cartone sovietico) avrebbero assunto fattezze distinte, standard e d’ora in avanti difficilmente malleabili dai rizomi creativi del mio cervello. Ad ogni modo, entrai al cinema e ne uscii con la piacevole sensazione di essermi alternativamente divertito, cagato addosso, immalinconito, incazzato, sdolcinato. Lavanda, di fianco a me, al culmine di una scena particolarmente thrilling aveva saltato sulla sedia dalla paura. Catturati dalla macchina hollywoodiana, non avevamo fatto altro che inseguire il desiderio. Ciò che si chiede a un film del genere. Avevo speso bene i miei soldi. Stesso effetto ottenne la seconda parte del film, seppure una surfata dell’elfo Legolas su uno scudo mi lasciò perplesso. Ora, data il diabolico meccanismo della trilogia, aspetto con impazienza la terza parte, che andrò a vedere dopo che lo sciame del grande pubblico avrà deviato verso nuove riserve di miele.
Sul Manifesto di martedì 13 gennaio c’è un articolo intitolato
Quel male così astratto di Tolkien, che presenta il terzo episodio della
serie, lo descrive. Nel sommario recita: “Ultimo film della trilogia,
ha un alto tasso di spettacolarità con draghi volanti e giganti ma una
lontananza siderale dalla realtà del nostro presente”. D’altra
parte, dico io, difficile sarebbe che fosse altrimenti, infatti il film riproduce
quasi fedelmente un romanzo pubblicato nel 1955. E, continua l’autore
dell’articolo più sotto: “In un certo senso, è questo
suo essere astratto, alieno, il bello e, allo stesso tempo, il limite della
trilogia di Jackson, la sua purezza ma anche la sua inutilità”.
E a questo punto della lettura mi sale tutto un gorgoglio dallo stomaco e un
po’ m’incazzo.
M’incazzo innanzitutto con l’autore dell’articolo, secondo
cui un film se è astratto è inutile mentre io non ho idea se fosse
astratto concreto o fluido, ma mentre ero dentro al cinema a vedere gli episodi
precedenti ero trascinato dal desiderio, appiccicato alla storia e Lavanda di
fianco a me saltava sulla sedia e non è stata una serata inutile, me
lo ricordo bene, eran soldi che valeva la pena di spendere. Continuo a incazzarmi
con l’autore dell’articolo perché se è astratto allora
è inutile ma se invece era concreto (che non so che cazzo voglia dire
poi, forse Sauron con la barba di Bin Laden)? Se era concreto, avrebbero detto
probabilmente che era un film di destra, un’allegoria fascista.
Subito dopo m’incazzo perché mi ricordo che quando uscii dal cinema
avevo sul parabrezza un ciclostilato di un gruppuscolo di estrema destra che
recitava le frasi di Tolkien.
Poi già che ci sono mi incazzo con Bush e con la retorica dell’imperialismo
degli USA.
E poi basta, son così incazzato che mi son rovinato la giornata, porca
vacca.
Il mondo pullula di ottusità concentrata in corpi umani.
Tolkien, che sia stato uno di destra uno di sinistra o un dipietrista, è un geniale visionario e un abile scrittore. Ho letto i suoi romanzi con trasporto. La recente trilogia cinematografica tratta dal Signore degli Anelli è un’opera imperfetta e nonostante ciò riproduce quell’effetto di trasporto, immedesimazione, desiderio. Mentre guardavo i primi due episodi non stavo pensando: “Cazzo, in questo momento preferirei bermi una birretta”, cosa che ho pensato quasi ogni volta che ho visto un film per esempio di Pasolini. Quando tra qualche giorno entrerò al cinema per vedere l’ultimo episodio della trilogia, non sarò così deviato da cercare ossessivamente connessioni con “la realtà del nostro presente”; piuttosto mi crogiolerò compiaciuto in questo mondo di elfi e nani, battaglie appassionanti e fughe impossibili, dove il male e il bene sono nettamente divisi e non c’è tanto da pensare, dove le storie d’amore son fatte di grandi distanze e passioni. Potrò farlo tranquillamente, perché tanto, dopo due ore e mezza o tre, uscirò da quella sala e tutto lì fuori, sarà la solita merda complicata. Potrò farlo tranquillamente anche perché in qualsiasi momento lo voglia, posso andare in biblioteca e (sempre che non siano a prestito) prendere il Decalogo di Kieslowski o un film di Spike Lee e guardarmeli tutti e due anche in un giorno solo (prima Spike Lee, magari) e fare una sfuriata di cinema impegnato.
A me, quando son stato tutto il
giorno a ciondolare in biblioteca senza riuscire a studiare causa intricate
angosce postlaurea, proprio non mi andrebbe di andare a un cinema d’essai
dove danno un film sulle angosce postlaurea dei giovani studenti di famiglia
borghese. Per analogia, un operaio che timbra il cartellino alle sette di sera
difficilmente non starà nella pelle dalla voglia di vedersi un film sulla
merdosa routine di un operaio in fabbrica. Molto probabilmente preferirà
vedersi un film su un’epica rivolta di schiavi tipo Spartacus. O, sempre
in tema colossal, guardare il Gladiatore: potrebbe immedesimarsi nel cicciuto
rubacuori Russell Crowe e per un paio d’ore avrebbe la certezza che nel
mondo ci sono dei buoni e degli eroi e che stanno dalla sua parte.
Grazie a qualche dio, nel labirinto di storie che si raccontano ogni giorno,
ce ne sono alcune con una distanza siderale dalla “realtà del nostro
presente”, spazi immaginari in cui regole e strutture della vita quotidiana
cessano di funzionare, in cui ogni segno non rimanda necessariamente a qualcosa
di noto. E’ immergendoci in questi spazi che, con sollievo, diventiamo
lettori, ascoltatori, spettatori mossi esclusivamente dal desiderio. Si tratta,
questi spazi, di alternarli, saggiamente e col distillatore, al peso ingombrante
di tutto ciò che è reale.
Come una strategia di rilassamento. Come una pausa-sigaretta.