| |
| Titolo:
|
Scatoloni
(la nostalgia dell’umanità) |
Autore: |
Gaucho |
“E’
tutto un grande addio / un giorno Gondrand passerà / te lo dico
io / col camion giallo porterà / via tutto quanto / e poi più
niente resterà / del nostro mondo / tataratatara tataratatara taratatà”
Paolo Conte
Arriva
un giorno che c’è da far trasloco. E’ inevitabile.
Magari si è stati sfrattati. Oppure volontariamente si cambia casa,
quartiere, città, c’è addirittura chi cambia paese:
Polonia, Guinea Equatoriale. A volte lo si fa per motivi di studio o di
lavoro, altre volte per cambiare aria e compagnia. C’è chi
vien sbattuto fuori di casa dai propri genitori o dal proprio fidanzato/a,
e in questi casi mentre si trasloca c’è un sottofondo di
insulti, accuse, improperi.
Di solito si chiama qualche amico a dare una mano: dirigere le operazioni,
tenere alto il morale, caricare il furgone.
Invidio, se esiste,
chi nella sua vita non ha mai fatto un trasloco. Se non gli è mai
successo, significa innanzitutto che ha stabilito con la propria casa
un rapporto di reciprocità (io non esisto senza la mia casa, la
mia casa non esiste senza di me) che nei casi migliori sconfina nell’amore;
significa poi che si è risparmiato tutto il nervosismo, la fatica,
lo scoramento che si provano prima e durante il trasloco. Dopo, una volta
finito, non si è comunque tranquilli: ci si chiude dietro la porta
e si ha già nostalgia della casa che è stata e che non è
più. Per sempre non è più.
Eppure a chi fa trasloco
è concessa un’esperienza stupefacente, capace di illuminare
come un’epifania la sua biografia e il cammino della società
in cui vive. Questa esperienza stupefacente sono gli scatoloni. Gli scatoloni
possono essere di diversa foggia, robustezza, dimensioni. I più
tipici sono parallelepipedi di cartone marrone di centimetri 100*30*70
circa. Ma possono essere anche bianchi o di altri colori. Oppure enormi,
ad esempio se in origine (prima di diventare semplici scatoloni) sono
stati i contenitori di un televisore o di un altro elettrodomestico di
grossa taglia. C’è chi agli scatoloni preferisce le casse
di plastica, rosse di solito, ma queste hanno il difetto di essere scoperte
e di lasciare entrare la polvere.
In ogni casa c’è il posto degli scatoloni: la cantina, il
solaio, uno sgabuzzino. Luoghi bui, evitati dagli abitanti della casa,
scelti dagli insetti come interregni nei quali intessere le proprie ragnatele
di bava.
Gli scatoloni si accumulano in questi luoghi secondo schemi imprevedibili:
a sfuriate che pretendono di segregare in una domenica tutte le cianfrusaglie
della casa, seguono lunghi periodi di entropia che si concludono con una
nuova sfuriata. Quando poi muore un vicino parente, gli scatoloni che
gli appartenevano, dopo accurata analisi oppure alla cieca, vengono ammassati
sugli scatoloni già posseduti. Si forma così una pila di
scatoloni, in perenne stato di squilibrio, che di norma non viene mai
toccata, anche perché le rare occasioni in cui qualcosa che si
trova (forse) in uno scatolone torna utile, lo scatolone interessante
è l’ultimo, quello che non si può esaminare senza
spostare la pila che gli grava disorganicamente sopra. E allora si lascia
stare. Pazienza.
Gli scatoloni sono fonte di curiosità infinita per i piccoli della
casa, a cui piace, quando non c’è nessuno nei paraggi, avvicinarvisi,
scoperchiarne un paio, pescare qualche vecchia foto dei genitori, o un
giocattolo di cui si erano dimenticati. Ma c’è anche chi
dal rapporto con gli scatoloni non ricava altro che un’angoscia
ciclica. I reggitori della casa, infatti, entrano ogni tanto, spesso per
sfizio, nel luogo degli scatoloni, e allora il pensiero corre ineluttabile
al giorno in cui tutto quell’ammasso di vecchi quaderni, dischi,
vestiti, pupazzi, libri, giochi, baldacchini, lampadari, sedie, culle,
quadri, soldatini, tutti questi lemmi dell’enciclopedia della casa
andranno in qualche modo esaminati, classificati, travasati, riesumati
od eliminati. E allora i reggitori della casa cominciano ad emettere lamenti
acuti. E fanno bene a preoccuparsi, perché quel giorno, prima o
poi, arriva.
Quel giorno arriva
e di solito è un festivo.
Si entra nel posto degli scatoloni e dopo un minuto si è ricoperti
di polvere e si comincia a tossire ad intermittenza. L’intenzione
è quella di sbrigare la faccenda nel più breve tempo possibile,
buttando via quasi tutto. Eppure, al primo scatolone che capita tra le
mani, sale un’indebita curiosità: lo si apre levando lo scotch
e si comincia ad arraffarci dentro, caoticamente.
Gli scatoloni sono riempiti solitamente secondo un criterio tematico più
che cronologico. Per esempio: scatolone dei giocattoli, scatolone dei
quaderni di scuola, scatolone dei vestiti di carnevale e così via.
Per questo, aprendo uno scatolone e frugandoci dentro, si è investiti
da una mareggiata che confonde infanzia e gioventù, periodi di
quiete e di perdizione, stagioni d’amore e di solitudine. Lo sgabuzzino
in cui stiamo chinati si trasforma in un osservatorio sui tempi e i luoghi
della nostra vita. Si scovano tra le righe di un tema delle elementari
umori di cui non abbiamo mai saputo sbarazzarci, ce li portiamo ancora
appresso. In una collana di perle bianche riconosciamo le pieghe del collo
di nostra madre. La copertina di un disco di vent’anni fa ci riconsegna
giacche e acconciature che avevamo dimenticato sotto il cumulo effimero
di altre mode. Infilando la mano e tastando qualcosa di soffice e conosciuto,
trasaliamo riconoscendo il pupazzo preferito, compagno d’infanzia.
Inconsciamente, ci si trova invischiati in una maglia di nostalgia, resa
ancora più collosa dal rinvenimento dello scatolone delle fotografie,
curiosi simulacri che stanno lì a testimoniare l’evidenza
del passato e le misteriose vie per cui si intrecciano i geni.
Lo spoglio dei ricordi prosegue finché ad interromperlo non intervengono
cause di forza maggiore: la cena, un dovere, una visita inattesa. Si finisce
per accumulare di nuovo tutto negli scatoloni, avendo buttato via pochino:
una abat-jour rotta, qualche maglione cui non si è mai riusciti
ad affezionarsi. Certo, l’ordine degli scatoloni e negli scatoloni
viene in qualche modo riorganizzato, con bianchissime etichette e rinnovato
nastro adesivo, di modo che si abbia almeno l’impressione di aver
agito in qualche modo. Ma di fatto, gli oggetti e i documenti che abbiamo
estratto, esaminato, rimpianto non troveranno modo di essere riutilizzati;
piuttosto, continueranno a sopravvivere svuotati di funzione, nello spazio
angusto dove si ammassano le cose che, pur non esistendo più, non
vogliono smettere di esistere. Le frasi: “Potrebbe ritornare utile
un giorno” o “Fra qualche anno sarà roba da collezionisti”
non sono che menzogne pigre.
La verità è che ogni volta che, causa trasloco o simili,
si comincia il lavoro degli scatoloni, ciò che si sta facendo è
una seduta di nostalgia.
Accumulare in un
luogo tutto il tempo che abbiamo vissuto. Questa nostalgia che compare
- tormentosa - ogni volta che si cominciano ad ordinare gli scatoloni
non va considerata un evento isolato, ma la manifestazione di meccanismi
più ampli. L’ossessione di poter imprigionare frammenti di
passato. Come se desse sicurezza, poi.
I costumi funerari tribali prevedono spesso che accanto al defunto vengano
sepolti gli oggetti che egli possedeva. Nessun uomo preistorico, ad esempio,
si sognava probabilmente di accumulare in un angolo della grotta le selci
spuntate dei suoi bisnonni e di conservarle così, per ricordo.
D’altra parte, l’istituzione che rappresenta per antonomasia
la tendenza alla conservazione e alla memoria è relativamente recente:
il primo museo pubblico, quello di Venezia, risale al ‘500. Qualche
secolo fa, insomma, l’umanità ha cominciato ad avere una
gran nostalgia; temendo, forse, di andare incontro ad un mondo peggiore,
qualcuno pretese di imprigionare il mondo passato e quello che stava passando.
E la situazione, se si fa eccezione per qualche sfogo illumino- futurista,
è andata aggravandosi. Tant’è che oggi, per avere
successo, i capomastri della nostra cultura - stilisti, cantanti, registi,
bulli di paese – invece di adoprarsi a costruire qualcosa di nuovo,
si danno alla libera razzia tra gli scatoloni del secolo passato: vespe
50, Elvis, gonne vintage, Pascoli, i Beatles, giubbotti di pelle, il giovane
Holden. Oppure alla profanazione di scatoloni altrui, da cui spuntano
totem africani, tatuaggi aborigeni, massaggi orientali.
Siamo, insomma una società di compiaciuti epigoni, che imitano
i tempi andati, si fanno venire il magone e si dimenticano nel frattempo
di mettere in circolo nuovi significati.
Questa degli scatoloni, insomma, è una questione molto più
importante di quanto possa sembrare. Ogni volta che se ne apre uno e si
comincia a frugarci dentro, ci si trova infatti nella condizione tipica
dell’umanità odierna: quella di uno stallo. Alla vigilia
di un trasloco e decisi a far piazza pulita, continuiamo a rimandarlo
a causa di un paio di struggenti fitte. Tempo di nostalgia.
|
|