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Il
19 settembre 1985 mia madre ha aperto il giornale e ha detto: “E’
morto Calvino”. Non mi ricordo di preciso la scena: se fossimo in
casa o fuori, soli o assieme ad altri, se stessimo mangiando o riposando
o magari giocando. Ricordo, però, e con estrema precisione nonostante
i miei cinque anni di allora, una certa sensazione che si diffuse. Nell’aria,
nella voce di mia madre, su di me. Mi accorsi subito che era accaduto qualcosa
di serio e che sarebbe stato un giorno di nostalgia e raccoglimento. Da poco, Calvino si era costruito una casa nella pineta di Roccamare, a Castiglione della Pescaia. A poche centinaia di metri da dove eravamo soliti andare a luglio in vacanza, con stuoli di cugine, zii, cani. Ricordo che mia madre era molto eccitata per la presenza dell’illustre vicino di casa: avrebbe voluto incontrarlo, magari in spiaggia, e non mi stupirei troppo se venissi a sapere che intraprese qualche solitaria passeggiata sulla battigia con il solo scopo di scovarlo, attaccargli bottone. Ad ogni modo, non riuscì mai nel suo intento. Il 6 settembre di quell’anno, Calvino fu colpito da un ictus. Nei giorni di ospedale che precedettero la sua morte, medici e parenti gli rivolsero domande per verificare il suo stato di coscienza. Alla figlia che gli chiese: “Chi sono io?”, Calvino rispose: “Una tartaruga”. Alla stessa domanda rivoltagli stavolta da un medico, rispose: “Un commissario di polizia”. Guardando i tubi della flebo disse: “Sono un lampadario”. Delirante o sornione, comunque immaginifico fino all’ultimo, morì Calvino. Furono la sua prolifica immaginazione, l’esattezza
cristallina dello stile e il culto scientifico per il dettaglio che lo
fecero un grande scrittore. Queste stesse caratteristiche fecero in modo
che quel giorno, quando mia madre pronunciò le parole: “E’
morto Calvino”, fosse per tutti un giorno di nostalgia e raccoglimento.
Come se se ne fosse andato uno zio lontano e benevolo. A me, che ero piccolo
e ancora non sapevo leggere, parve comunque una cosa grossa. E divenni
triste, come succede ai bimbi, che sono tristi per imitare gli adulti.
C’era però in quella tristezza qualcosa di più profondo,
qualcosa di nascosto e primitivo di cui allora non potevo rendermi conto
se non vagamente: se ne andava con Calvino il mio taciturno battista,
le cui storie avrei a lungo consultato in futuro, cercando invano gli
indizi che legano un nome a un destino. Alcuni riferimenti web Uscito l’anno scorso in libreria |
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